Acconciatori e parrucchieri: norme incomprensibili, impossibile riaprire

Acconciatori e parrucchieri: norme incomprensibili, impossibile riaprire

Anche gli acconciatori e i parrucchieri sono sul piede di guerra. Non sanno se e come ripartire, lunedì prossimo. E qualcuno (lo denuncia il presidente della categoria del Claai, Giuseppe Cerella), ha già deciso di issare bandiera bianca. Non riaprirà. Meglio ripartire da zero, e cercare lavoro altrove.

Dodicimila le licenze in Campania, almeno 40.000 gli addetti (ufficiali) del comparto. Il lockdown è costato al comparto 200 milioni di euro di fatturato, più di 16 mila euro per ogni artigiano. Sulla carta, come detto, lunedì si riprende, ma non è affatto semplice come sembrerebbe. Cerella spiega: “La sicurezza per noi viene prima di tutto: ben vengano tutte le misure richieste, ma che servano in tal senso”.

Giuseppe Cerella all’opera nel suo Salone

Il dubbio sovviene quando si entra nel merito e nello specifico. A partire dai Dpi, i dispositivi di protezione e sicurezza individuale: “Non possiamo non denunciare – dice Cerella – una grossa difficoltà nel reperire i materiali, dalle mascherine ai gel sanificanti, ai materiali monouso: mantelline e asciugamani. Quando riusciamo a trovarli, gli incrementi di prezzo arrivano anche al 200%: c’è una speculazione allucinante. Per un termometro scanner, per fare un altro esempio, ci hanno chiesto 110 euro. Ne costava 30 appena qualche mese fa. Per un artigiano che già deve mettere in conto tutta una serie di spese per ripartire, anche queste sono enormi difficoltà”.

Accanto agli speculatori che, com’è ormai triste abitudine, in questo paese hanno campo libero, c’è poi il problema delle prescrizioni Inail. ”I dubbi che abbiamo – dice Cerella – sono tanti: leggiamo dal Regolamento che una persona può entrare nei primi 15 metri quadrati, che poi si riducono a 5 nello spazio di effettiva operatività. Pochini per una distanza di sicurezza: significa lavorare in una circonferenza di 2,5 metri. Attualmente le nostre postazioni sono distanziate 1,5 metri. Cinque metri quadrati possono anche starci, ma purché non siano lineari. Tocca chiarire. Non possiamo metterci pure ad interpretare queste cose”.

Un dubbio intorno al quale è legata la sorte di tantissimi piccoli saloni. “L’interpretazione più restrittiva – dice Cerella – costringerebbe a lasciare a casa i dipendenti, per garantire il distanziamento. Per noi che gestiamo piccolissime attività è difficoltoso decidere chi licenziare”.

Eppure, calendario della Fase 2 alla mano, lunedì si riapre. “Si dovrebbe! – chiosa Cerella – io purtroppo non ho questa certezza. Ieri è uscita la nota ufficiale Inail: a mio avviso è impossibile adeguarci in così poco tempo. Troppe norme equivoche ed è forte la paura che vengano subito a sanzionarci, aggiungendo al danno la beffa”.

L’emergenza ha portato allo stremo, facendo finanche aprire spiragli di comprensione per l’abusivismo: “Siamo sempre stati contro l’abusivismo – dice Cerella – che vale almeno quanto il settore legale e ufficiale. La legalità deve essere alla base di ogni professione. Oggi però, a livello umano, chiuderei gli occhi. C’è gente che non sa come mangiare, che non è nelle condizioni di riaprire. Non ha i mezzi e la forza. Ci sono colleghi che stanno addirittura cercando lavoro. Non posso e non voglio condannarli: hanno mogli e figli da mantenere”.

(Articolo pubblicato su Il Quotidiano del Sud del 14 maggio 2020)

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