Nella seconda puntata de “I Ferri del Mestiere” una riflessione sul rapporto profondo tra informazione e democrazia: libertà di stampa, controllo del potere, diritto dei cittadini a conoscere e responsabilità di chi racconta i fatti, in un sistema dell’informazione profondamente trasformato da social network, velocità e nuove tecnologie.
Il giornalismo è ancora un pilastro della democrazia?
È una domanda volutamente provocatoria, ma tutt’altro che retorica. Ed è la domanda dalla quale prende le mosse la seconda puntata de “I Ferri del Mestiere”.
Perché siamo abituati a ripetere che non può esistere una democrazia pienamente compiuta senza un’informazione libera. Ma oggi, in un mondo nel quale ogni cittadino può produrre e diffondere contenuti, le notizie viaggiano in tempo reale e una parte crescente dell’informazione passa attraverso piattaforme, social network e algoritmi, vale ancora lo stesso principio?
La risposta impone innanzitutto di chiedersi a cosa serve davvero il giornalismo.
Informare per consentire di scegliere
La democrazia non vive soltanto di elezioni. Vive della possibilità per ogni cittadino di conoscere ciò che accade, comprendere le decisioni che vengono assunte, valutarne le conseguenze e formarsi liberamente un’opinione.
Per scegliere bisogna conoscere, per giudicare bisogna disporre di informazioni. Per partecipare consapevolmente alla vita pubblica bisogna poter distinguere i fatti dalle dichiarazioni, la realtà dalla propaganda, ciò che è documentato da ciò che semplicemente viene affermato.
È qui che il giornalismo assume una funzione che va molto oltre la semplice produzione di articoli, servizi televisivi o contenuti digitali.
L’informazione diventa uno degli strumenti attraverso i quali il cittadino esercita concretamente la propria libertà.
Ed è per questo che la qualità del giornalismo riguarda tutti, non soltanto chi questo mestiere lo esercita.
Guardare anche dove il potere preferirebbe non essere guardato
Una delle funzioni storiche dell’informazione è quella di osservare il potere.
Non soltanto quello politico.
Il potere economico, finanziario, amministrativo, giudiziario, culturale. Qualunque soggetto sia in grado, attraverso le proprie decisioni, di incidere sulla vita della collettività.
Il giornalismo dovrebbe fare domande proprio dove sarebbe più comodo non riceverne.
Controllare, chiedere documenti, confrontare dichiarazioni e fatti, ricostruire ciò che è accaduto, tornare su una questione quando le risposte non convincono.
Non per assumere il ruolo del giudice e nemmeno per sostituirsi alle istituzioni, ma per esercitare una funzione essenziale: rendere visibile ciò che è di interesse pubblico.
Una democrazia nella quale il potere non viene osservato diventa inevitabilmente una democrazia più debole.
Libertà di stampa significa anche responsabilità
Ma essere liberi di informare non significa poter raccontare qualsiasi cosa in qualsiasi modo.
Alla libertà deve corrispondere una responsabilità altrettanto grande.
Una notizia sbagliata può danneggiare una persona.
Un titolo costruito esclusivamente per attirare clic può deformare completamente il significato di un fatto.
Una ricostruzione incompleta può produrre nell’opinione pubblica convinzioni difficili da correggere anche quando successivamente emergono informazioni diverse.
Per questo libertà e responsabilità non sono concetti contrapposti.
Sono due facce dello stesso mestiere.
La libertà permette al giornalista di cercare e raccontare.
La responsabilità gli impone di verificare, contestualizzare, distinguere ciò che sa da ciò che suppone e correggere quando sbaglia.
È probabilmente proprio questa combinazione a rendere il giornalismo qualcosa di diverso dalla semplice comunicazione.
Oggi tutti possono informare. Ma tutti fanno giornalismo?
Uno smartphone è sufficiente per riprendere un avvenimento e mostrarlo immediatamente al mondo.
Un post può raggiungere centinaia di migliaia di persone.
Una fotografia, una frase o un video possono diventare virali prima ancora che una redazione ne abbia verificato origine e autenticità.
È una straordinaria democratizzazione della possibilità di comunicare.
Ma introduce anche una distinzione fondamentale:
diffondere un’informazione non significa necessariamente fare informazione giornalistica.
Il giornalismo dovrebbe aggiungere qualcosa.
Verifica, contesto, confronto delle fonti, capacità di comprendere ciò che un’immagine non mostra, memoria di ciò che è accaduto prima, responsabilità nei confronti di chi legge, ascolta o guarda.
Ed è proprio quando la quantità delle informazioni aumenta a dismisura che questi strumenti diventano ancora più necessari.
Il problema non è più trovare informazioni. È orientarsi tra milioni di informazioni
Per gran parte della storia del giornalismo il problema principale era ottenere le notizie.
Oggi spesso accade il contrario: siamo sommersi dalle informazioni.
Notifiche, post, video, breaking news, commenti, indiscrezioni, dichiarazioni e immagini ci raggiungono continuamente.
Il rischio non è più soltanto quello di non sapere, ma anche di non riuscire a distinguere ciò che merita attenzione da ciò che costituisce soltanto rumore.
Anche questa è una funzione democratica del giornalismo: selezionare non significa censurare.
Significa stabilire ciò che possiede un autentico interesse pubblico, fornire strumenti per comprenderlo e collocarlo dentro un contesto.
Perché una sequenza infinita di informazioni non produce automaticamente cittadini meglio informati.
Talvolta produce esattamente il contrario.
Social network e algoritmi hanno cambiato le regole
C’è poi un’altra trasformazione profonda.
Per molto tempo erano prevalentemente giornali, televisioni e radio a decidere quali notizie sarebbero arrivate al grande pubblico.
Oggi una quota enorme dell’informazione viene incontrata attraverso piattaforme digitali.
E ciò che ciascuno vede sul proprio schermo non dipende necessariamente dalla rilevanza pubblica di una notizia.
Dipende anche da algoritmi, preferenze, interazioni, abitudini e capacità di un contenuto di generare attenzione.
Una notizia importante può essere ignorata.
Un contenuto insignificante può diventare virale.
Una falsità particolarmente emozionante può correre più velocemente di una spiegazione corretta ma complessa.
È dentro questo ambiente che il giornalismo deve oggi provare a conservare la propria funzione.
Non competendo semplicemente nella gara alla velocità.
Ma offrendo ciò che la velocità, da sola, non può garantire:
attendibilità, verifica, spiegazione e contesto.
La fiducia non si pretende: si conquista
Se il giornalismo vuole continuare ad essere uno dei pilastri della democrazia, deve però interrogarsi anche sui propri errori.
La credibilità non deriva automaticamente dal possesso di un tesserino professionale o dal nome di una testata.
Deve essere conquistata ogni giorno, con trasparenza, con indipendenza, con la capacità di ammettere un errore, con la disponibilità a separare nettamente fatti e opinioni.
E soprattutto evitando di diventare semplicemente la cassa di risonanza di una parte, di un interesse o di un potere.
Quando il pubblico smette di percepire il giornalista come qualcuno che cerca di comprendere la realtà e comincia a considerarlo soltanto come qualcuno che cerca di convincerlo, il rapporto di fiducia si spezza.
Ed è un problema non soltanto per il giornalismo.
È un problema per la democrazia.
Un altro “ferro del mestiere”: l’indipendenza
Dopo le fonti e la verifica affrontate nella prima puntata, il viaggio de I Ferri del Mestiere entra quindi in una dimensione più ampia.
Non soltanto come si costruisce una notizia, ma perché il modo in cui la costruiamo ha conseguenze sulla società nella quale viviamo.
Fra i ferri del mestiere ce n’è dunque uno che non può essere acquistato e non può essere appoggiato sulla scrivania:
l’indipendenza.
Indipendenza dal potere, dalla convenienza, dalla pressione della velocità, dalla ricerca esasperata del consenso.
Persino dalle proprie convinzioni, quando rischiano di impedirci di vedere fatti che non coincidono con ciò che avremmo voluto trovare.
Perché il giornalista non dovrebbe cercare fatti che confermino la propria tesi.
Dovrebbe costruire la propria valutazione dopo aver cercato i fatti.
Il giornalismo è ancora un pilastro della democrazia?
Forse la risposta alla domanda iniziale è proprio qui.
Può esserlo. Deve esserlo. Ma non lo è automaticamente.
Lo è quando informa invece di manipolare, quando controlla il potere invece di diventarne megafono, quando verifica prima di pubblicare, quando distingue i fatti dalle opinioni, quando difende la propria libertà e contemporaneamente accetta la responsabilità che quella libertà comporta, quando considera il lettore non un clic da conquistare, ma un cittadino al quale fornire gli strumenti per comprendere.
È questa la riflessione che accompagna la seconda puntata de “I Ferri del Mestiere”.
Una puntata che parla di giornalismo, ma inevitabilmente parla anche di noi.
Perché la qualità dell’informazione che produciamo, scegliamo e condividiamo determina almeno in parte la qualità della democrazia nella quale viviamo.
▶️ Guarda la seconda puntata de “I Ferri del Mestiere”.
Continuiamo ad aprire insieme la nostra cassetta degli attrezzi.
Perché raccontare i fatti è un mestiere.
Permettere alle persone di conoscerli è una responsabilità.
Buon giornalismo a tutti.
