Ci sono notizie che un giornalista sa scrivere. E poi ce ne sono altre davanti alle quali le parole, improvvisamente, non servono più. Le guardi. Le rileggi. Speri di aver capito male.

Quella della morte di Carmine Pecoraro è stata per me una di queste.

Sono rimasto basito, incredulo, pietrificato.

In pochi istanti mi è passata davanti agli occhi una vita intera. Una vita giornalistica, soprattutto. Come la vecchia pellicola di un film che improvvisamente comincia a girare all’indietro.

E agli inizi di quel film c’era lui. Carmine.

Sempre presente. Instancabile. Sincero.

C’erano le redazioni di un giornalismo profondamente diverso da quello di oggi. C’erano le telefonate, gli appunti, le notizie inseguite, le chiusure, le discussioni. C’erano le ore piccole che per chi faceva questo mestiere non rappresentavano un’eccezione ma quasi una condizione naturale.

E c’era la redazione del Salernitano o di Cronache del Mezzogiorno, manco lo ricordo più, con Tommasone e Gigi Casciello.

Io arrivavo nel pomeriggio, dopo il mio turno in redazione a TV Oggi. E ti trovavo ovviamente già lì, sempre indaffaratissimo ma mai scortese. Me ne hai fatto trascrivere di articoli…”Tu sei veloce a scrivere, subito fai”

Quando la sera diventava notte e finalmente si tornava a casa, mi chiedevi spesso un passaggio fino a Mercato San Severino.

Pensavi che per me fosse di strada. In fondo abitavo a Roccapiemonte e, visto sulla carta, quel passaggio sembrava quasi naturale.

In realtà non lo era. Per tornare a casa mi sarebbe stato molto più comodo uscire a Castel San Giorgio. Ma quella piccola deviazione non mi pesava affatto. Anzi.

Quel tragitto condiviso era diventato un piccolo rito. E forse, oggi che Carmine non c’è più, comprendo fino in fondo quanto fossero preziosi quei chilometri.

Quei viaggi in macchina che oggi valgono una vita

In macchina si parlava.

Si parlava tanto.

Di giornalismo, naturalmente. Di politica. Dei fatti della giornata. Dei colleghi. Della vita.

Quelle conversazioni notturne erano una continuazione della redazione, ma senza più una pagina da chiudere e senza l’assillo dell’orologio o del titolo. Erano uno di quei luoghi informali nei quali si imparava il mestiere quasi senza accorgersene.

Perché Carmine apparteneva a una generazione di giornalisti per i quali insegnare qualcosa a un collega più giovane non significava difendere gelosamente una posizione acquisita.

Significava trasmettere un mestiere.

E non è soltanto il mio ricordo a dirlo.

In queste ore, dopo la sua improvvisa scomparsa, sono tantissimi i giornalisti salernitani che hanno raccontato un Carmine sorprendentemente simile a quello che ricordo io: disponibile, generoso professionalmente, capace di offrire un consiglio, un’opportunità, talvolta persino quella prima fiducia senza la quale nessun giovane riesce davvero a cominciare.

Per molti è stato un maestro.

Per almeno due generazioni di cronisti salernitani, Carmine Pecoraro ha rappresentato una di quelle persone che ti insegnano il giornalismo senza mai aver bisogno di salire su una cattedra. Un insegnamento molto più vivo, più concreto, più reale, perché lo si maturava sul campo con lui accanto. Il suo insegnamento erano il lavoro e l’esempio.

Un giornalista con le scarpe consumate

Carmine aveva attraversato decenni di informazione salernitana.

Aveva cominciato nei primi anni Novanta e aveva legato il proprio nome a diverse testate della provincia, dal Giornale di Napoli a Il Salernitano a Cronache del Mezzogiorno, fino alle collaborazioni degli ultimi anni (Le Cronache, L’Ora della Sera). Cronaca, politica, interviste, reportage, approfondimenti: il territorio era la materia prima del suo giornalismo.

Un giornalismo che oggi rischiamo persino di dimenticare.

Quello delle scarpe consumate.

Quello in cui per conoscere una storia bisognava andarci.

Per capire una persona bisognava incontrarla.

Per avere una notizia bisognava cercarla.

Per verificarla bisognava telefonare, richiamare, aspettare, insistere.

E per diventare giornalisti bisognava trascorrere ore e ore accanto a qualcuno che quel mestiere lo conosceva già.

Carmine era uno di quegli uomini.

Non aveva bisogno di proclamarsi maestro. Lo diventava semplicemente lavorando.

Altri colleghi lo hanno ricordato proprio così in queste ore: cronista di razza, professionista instancabile, punto di riferimento per tanti ragazzi che muovevano i primi passi nell’informazione.

Ed è forse questa una delle eredità più importanti che lascia.

Perché gli articoli ingialliscono, le notizie diventano archivio, i giornali finiscono negli scaffali.

Quello che hai insegnato a un’altra persona, invece, continua a camminare.

Meritavi molto di più

C’è però qualcosa che oggi mi fa ancora più male.

Carmine meritava di più. Molto, molto di più.

Lo penso come giornalista e lo penso come uomo.

Ci sono persone alle quali la vita restituisce meno di quanto hanno dato. Persone che lavorano, aiutano, costruiscono, accompagnano altri lungo un tratto di strada e che, alla fine, raccolgono molto meno di ciò che avrebbero meritato.

Carmine era una di queste. Forse è proprio per questo che la sua scomparsa lascia, insieme al dolore, una sensazione difficile da spiegare. Una muto grido di ingiustizia che ti lacera il cuore e ti strappa rabbia, tanta rabbia.

Il mondo dell’informazione salernitana lo sta ricordando in queste ore con un affetto straordinario. Colleghi di generazioni diverse raccontano la sua disponibilità, il rigore, la passione, l’umanità. Associazioni della stampa e redazioni hanno espresso un cordoglio che va ben oltre la formalità riservata alla scomparsa di un collega.

Significa che Carmine qualcosa ha seminato. Anzi, significa che ha seminato moltissimo. Forse molto più di quanto egli stesso immaginasse.

Il dolore delle parole non dette

Poi rimane la parte più difficile.

Quella personale.

Quella che nessun curriculum professionale e nessuna commemorazione possono raccontare.

Rimane una domanda che da quando ho saputo continua a tormentarmi: perché non abbiamo parlato?

E subito dopo ne arriva un’altra: perché non ho capito?

Non so se avrei potuto capire qualcosa. Non so nemmeno se una telefonata avrebbe potuto cambiare alcunché.

Ma il dolore non ragiona.

Il dolore prende tutte le occasioni perdute, le mette una accanto all’altra e ce le presenta quando ormai non possiamo più recuperarle.

E allora torna alla mente quella frase che mi dicesti al termine di una conferenza stampa, a Sarno: «Sentiamoci, devo proporti una cosa». Certo, risposi.

Sentiamoci presto.

Ci prendiamo un caffè.

Una di queste sere ci vediamo.

E poi non succede.

Non per cattiveria. Non perché non ci importi.

Semplicemente perché esiste questa maledetta, caotica quotidianità che ci convince sempre che ci sarà un altro giorno.

Domani.

La prossima settimana.

Quando avrò meno da fare.

Quando sarà passato questo periodo.

Come se il tempo avesse sottoscritto con noi un contratto.

Come se quel domani ci fosse dovuto.

E invece qualche volta il domani non arriva.

E quel «sentiamoci» resta lì.

Sospeso per sempre.

Forse dovremmo imparare qualcosa anche da questo

La morte di un amico non dovrebbe avere bisogno di diventare una lezione.

Eppure oggi non riesco a sottrarmi a un pensiero.

Dobbiamo sentirci. Davvero.

Dobbiamo telefonare alle persone alle quali vogliamo bene.

Dobbiamo trovare il tempo per quel caffè.

Dobbiamo chiedere «come stai?» e qualche volta avere anche la pazienza di aspettare la risposta vera, quella che viene dopo l’automatico «bene».

Dobbiamo recuperare un po’ di quella umanità che la velocità delle nostre vite sta divorando.

Perché siamo tutti connessi continuamente e, paradossalmente, rischiamo di non incontrarci più davvero.

Forse anche questo, oggi, Carmine mi lascia.

Un ultimo insegnamento.

Non di giornalismo, questa volta, ma di vita.

Hai ragione. La formula «Tu non eri di passaggio», proprio perché arriva immediatamente dopo il ricordo dell’auto, continua inevitabilmente a suggerire che fosse Carmine a dire di essere «di passaggio». Va eliminata del tutto quell’ambiguità.

Il concetto metaforico è bello e va conservato, ma deve diventare inequivocabilmente «non sei stato una presenza di passaggio nella mia vita». Riscriverei quindi solo il finale così:

Ciao Carmine

Continuo a non riuscire a crederci.

Preferisco allora tornare con la memoria a quelle sere.

La redazione finalmente alle spalle.

Uscita Mercato San Severino, direzione Sant’Angelo.

Una vecchia Fiat Uno bianca nella notte.

La strada verso casa.

Tu che mi chiedevi un passaggio a casa, pensando che per me fosse comunque di strada, visto che dovevo tornare a Roccapiemonte.

In realtà non lo era.

Per arrivare a casa mi sarebbe stato molto più comodo uscire a Castel San Giorgio.

Ma non te l’ho mai detto.

Anzi, Carmine. Quella deviazione la facevo volentieri.

Perché c’erano quei chilometri insieme.

C’erano le chiacchiere.

C’era il giornalismo.

C’erano la politica, i fatti della giornata, i colleghi, la vita.

E oggi darei non so cosa per poter allungare ancora una volta quella strada.

Per fare ancora una volta quella deviazione.

Per sentirti parlare ancora per qualche chilometro.

Perché quei chilometri in più, adesso lo capisco ancora meglio, non erano strada persa.

Erano tempo guadagnato.

Tempo con te.

E forse è proprio questo il pensiero che oggi mi resta più forte.

Tu chiedevi soltanto un passaggio in macchina.

Ma nella mia vita non sei stato affatto una presenza di passaggio.

E non lo sei stato nella vita di tanti colleghi che hai aiutato, consigliato, accompagnato nei primi passi di questo mestiere.

Le persone che attraversano soltanto per un istante la nostra esistenza non lasciano tutti questi ricordi.

Non lasciano questo dolore.

Non lasciano così tante persone a raccontare, nello stesso momento, quanto siano state importanti.

Tu hai lasciato una traccia.

E quella resta.

Mi resta soltanto il rimpianto per ciò che non ci siamo detti.

Per quella telefonata rimandata.

Per quel «sentiamoci» che oggi pesa terribilmente.

E resta un grazie.

Grazie di tutto, Carmine.

Per quei passaggi in macchina.

Per quelle conversazioni nella notte.

Per il giornalismo.

Per quello che hai insegnato.

Per esserci stato quando una parte della mia storia professionale stava appena cominciando.

Che la terra ti sia lieve, amico mio.

E che il cielo sappia finalmente riservarti più fortuna di quanta ne hai raccolta qui in terra.

Perché meritavi molto. Molto, molto di più.

Ciao Carmine.

Mi mancherai.

Mi mancherai davvero.

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