Dalla Costa d’Amalfi al Cilento e a Castel San Lorenzo, la provincia conserva diversità ma perde superficie

La provincia di Salerno riunisce sistemi viticoli molto differenti: le terrazze costiere, le colline cilentane, i rilievi interni e le aree di Castel San Lorenzo. Questa ricchezza ha conservato numerose varietà, ma ha anche prodotto frammentazione aziendale e difficoltà nel costruire un’immagine comune. Fiano e Falanghina dominano fra i bianchi; Aglianico, Piedirosso e Barbera fra i rossi, accanto a molte uve minori.

Il materiale storico segnala una forte contrazione della superficie vitata salernitana fra i censimenti del 1990 e del 2001: oltre cinquemila ettari in meno, con una riduzione superiore al 45 per cento. Sono dati datati, ma descrivono una tendenza strutturale: abbandono, proprietà minute, costi elevati e concorrenza di usi del suolo più redditizi.

Le denominazioni Costa d’Amalfi, Cilento e Castel San Lorenzo, insieme alle IGT provinciali, offrono una base normativa. Non basta però avere molti nomi. Occorre aumentare la coerenza qualitativa, facilitare l’accesso alle cantine, creare itinerari realistici e collegare il vino alla ristorazione. Il caso dei Giardini di Fuenti mostra come nuovi progetti possano riattivare vigneti e paesaggio, ma la crescita deve coinvolgere anche aziende agricole storiche e aree interne.

Una strategia provinciale dovrebbe puntare su tre elementi: vitigni autoctoni, differenze territoriali e ospitalità. Salerno non deve inventare un’identità uniforme; deve organizzare la propria pluralità. Se la bottiglia diventa porta d’ingresso a borghi, coste, parchi e cucine locali, la frammentazione può trasformarsi da debolezza in itinerario.

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