Nel 2025 il Mezzogiorno è l’unica grande area italiana insieme al Centro nella quale cresce in termini reali il valore aggiunto agricolo. Export e filiere alimentari diventano un punto di forza, ma dietro i record restano costi, differenze territoriali e la grande incognita dei mercati internazionali

C’è un pezzo dell’economia meridionale che sembra muoversi in direzione opposta rispetto alla tradizionale rappresentazione di un Sud costretto perennemente a inseguire. È quello che parte dai campi, attraversa gli stabilimenti di trasformazione e arriva sugli scaffali e sui mercati internazionali.

L’agroalimentare sta diventando uno dei settori nei quali il Mezzogiorno riesce non soltanto a difendere le proprie posizioni, ma in alcuni casi a fare meglio del resto del Paese.

I numeri più recenti dell’Istat lo confermano. Nel 2025 la produzione italiana di agricoltura, silvicoltura e pesca è cresciuta in volume appena dello 0,3 per cento e il valore aggiunto reale è rimasto sostanzialmente fermo, con un -0,1 per cento. Ma scomponendo il dato territorialmente compare un’Italia molto diversa.

Nel Sud la produzione è aumentata dello 0,6 per cento e, soprattutto, il valore aggiunto agricolo in termini reali è cresciuto dell’1,8 per cento. Soltanto il Centro, con un assai più modesto +0,2 per cento, presenta anch’esso un risultato positivo.

Nord-Ovest, Nord-Est e Isole arretrano invece rispettivamente dello 0,8, dell’1,6 e dello 0,6 per cento. Un risultato che assume ancora maggiore rilievo se inserito nel quadro dell’economia complessiva.

Le stime territoriali dell’Istat indicano infatti che nel 2025 il Pil del Mezzogiorno è cresciuto dello 0,6 per cento, leggermente più del +0,5 registrato nelle altre grandi ripartizioni. E l’agricoltura meridionale, nella contabilità territoriale preliminare, presenta una dinamica positiva e in controtendenza rispetto al Centro-Nord. Anche l’occupazione complessiva del Mezzogiorno è aumentata dell’1,5 per cento, l’incremento più elevato tra le macroaree italiane.

Numeri che suggeriscono una domanda: l’agroalimentare può diventare uno dei nuovi motori strutturali dello sviluppo meridionale? La risposta è meno semplice di quanto possa sembrare.

Un gigante da 89 miliardi di valore aggiunto

Prima di guardare al Sud bisogna capire quanto sia diventato importante l’intero sistema agroalimentare italiano.

Secondo l’Istat, nel 2025 il settore composto da agricoltura, silvicoltura, pesca e industria alimentare ha prodotto 89 miliardi di euro di valore aggiunto, contro gli 83,4 miliardi del 2024. La sua incidenza sul valore aggiunto nazionale è così salita dal 4,2 al 4,4 per cento.

L’Italia conserva inoltre un primato significativo: è il primo Paese dell’Unione europea per valore aggiunto agricolo. Nel solo settore agricolo, silvicolo e della pesca la produzione ha raggiunto nel 2025 gli 80,1 miliardi di euro, mentre il valore aggiunto è arrivato a 46,6 miliardi. Ma anche qui bisogna leggere attentamente i numeri.
Gli 80,1 miliardi di produzione rappresentano un incremento del 3,9 per cento rispetto al 2024. In termini fisici, però, la produzione è cresciuta soltanto dello 0,3 per cento. La differenza è stata prodotta soprattutto dai prezzi.

È una distinzione fondamentale: aumentare il valore economico di ciò che viene prodotto non significa necessariamente produrne molto di più.
Ed è proprio questa una delle chiavi necessarie per evitare una lettura esclusivamente trionfalistica dei dati.

Il Sud cresce, ma non esiste un unico Sud

Anche parlare genericamente di “Mezzogiorno” rischia però di nascondere differenze profonde.

L’Istat individua nell’Abruzzo e nella Calabria due dei principali motori della crescita agricola meridionale del 2025.

L’Abruzzo presenta una delle migliori performance dell’intero Paese: la produzione agricola aumenta in volume del 3,8 per cento e il valore aggiunto addirittura del 7,1 per cento.

Al contrario, le Isole nel loro complesso registrano un arretramento: -0,1 per cento della produzione e -0,6 del valore aggiunto reale, risultato sul quale pesa soprattutto la Sicilia.

La Puglia offre un altro esempio della necessità di distinguere.

Secondo la Banca d’Italia, nel 2025 l’economia pugliese è cresciuta dello 0,4 per cento, ma l’agricoltura ha registrato un calo, contribuendo a frenare l’attività regionale.

Il Mezzogiorno agroalimentare, dunque, non è un blocco omogeneo. È un mosaico nel quale convivono territori in forte accelerazione e altri in difficoltà. Ed è probabilmente questo il primo dato che una politica industriale per il settore dovrebbe tenere presente.

Olio e vino: quando la ripresa passa dal Centro-Sud

Dentro i numeri nazionali si possono poi individuare alcuni comparti particolarmente importanti per il Mezzogiorno: uno è l’olio.

Nel 2025 la produzione italiana di olio d’oliva è cresciuta in volume del 9,6 per cento, grazie a condizioni climatiche più favorevoli rispetto all’anno precedente e, sottolinea esplicitamente l’Istat, a una buona resa soprattutto nel Mezzogiorno.
Il valore della produzione è aumentato del 5,9 per cento nonostante una riduzione dei prezzi del 3,4 per cento.

Positivo anche il vino: +2,9 per cento in volume e +3,1 per cento in valore, con risultati sostenuti in particolare dal Centro-Sud e da alcune aree settentrionali.

Sono due produzioni che hanno una caratteristica decisiva: non vendono soltanto materia prima: vendono territorio, denominazioni, trasformazione industriale, reputazione internazionale e capacità di penetrazione commerciale. Ed è proprio il passaggio dalla produzione agricola alla filiera agroalimentare integrata che può determinare quanta parte del valore generato rimane effettivamente nei territori meridionali.

L’export è la vera arma dell’agroalimentare

La seconda grande forza del comparto è infatti la capacità di vendere fuori dall’Italia.

Nel 2024 l’export agroalimentare nazionale aveva raggiunto il record di circa 70 miliardi di euro, con una crescita del 7,5 per cento rispetto all’anno precedente. Nel 2025 la dinamica è proseguita.

I dati definitivi Istat mostrano che le esportazioni italiane complessive sono cresciute del 3,3 per cento, mentre quelle di prodotti alimentari, bevande e tabacco sono aumentate del 4,3 per cento.

Significa che, ancora una volta, il food ha corso più velocemente dell’export nazionale. Ed è un elemento particolarmente significativo perché il 2025 è stato un anno caratterizzato da domanda internazionale debole, tensioni geopolitiche e crescenti incertezze commerciali.

L’agroalimentare si conferma quindi non soltanto un settore tradizionale del Made in Italy, ma uno dei comparti che mostrano maggiore capacità di resistenza nei momenti di rallentamento.

Il paradosso meridionale: l’export generale arretra, il food resiste

È proprio confrontando l’agroalimentare con il resto dell’export meridionale che emerge uno dei dati più interessanti.

Il Rapporto ICE 2024-2025 evidenzia che nel 2024 le esportazioni complessive di Sud e Isole erano diminuite di circa 3,6 miliardi di euro, attestandosi intorno ai 65 miliardi, appena il 10,4 per cento dell’export italiano.

La contrazione era stata fortemente influenzata dalla crisi dell’automotive, particolarmente rilevante per regioni come Basilicata, Campania e Abruzzo. Ed è qui che il ruolo dell’agroalimentare cambia prospettiva.

In territori nei quali alcuni grandi comparti industriali tradizionali mostrano difficoltà, la filiera del cibo può diventare uno degli strumenti di diversificazione dell’apparato produttivo meridionale. Non sostituisce l’automotive, la siderurgia o l’aerospazio. Ma riduce la dipendenza da essi.

Campania, il laboratorio più interessante

La Campania merita un’attenzione particolare. Non soltanto perché possiede alcune delle filiere agroalimentari più riconoscibili del Paese, ma perché sta emergendo un modello nel quale agricoltura, trasformazione industriale ed export tendono sempre più a integrarsi.

La Banca d’Italia segnala che nel 2025 gli investimenti regionali hanno beneficiato anche della ZES unica del Mezzogiorno. In Campania sono state rilasciate poco meno di 200 autorizzazioni uniche, circa un terzo del totale meridionale, e oltre la metà ha riguardato nuovi insediamenti.

Nel biennio 2024-2025, secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate riportati dalla Banca d’Italia, gli investimenti attivati attraverso la ZES in Campania hanno raggiunto 4,7 miliardi di euro, di cui 2,7 miliardi nel solo 2025. La metà è stata realizzata da micro e piccole imprese. Non sono naturalmente investimenti tutti agroalimentari, ma rappresentano un’infrastruttura di politica economica particolarmente importante per una regione nella quale il food costituisce una componente rilevante della manifattura e dell’export.

Ed è proprio qui che si gioca una delle possibili trasformazioni del modello produttivo meridionale: non limitarsi a produrre eccellenze agricole, ma trasformarle industrialmente e venderle sui mercati internazionali direttamente dal territorio.

Più trasformazione significa più valore aggiunto. Più logistica significa maggiore capacità di esportazione. Più dimensione industriale significa maggiore possibilità di trattenere nel Mezzogiorno la ricchezza generata dalla materia prima.

Ma la Campania presenta anche il lato oscuro della crescita

Proprio i dati Istat sulla Campania mostrano però quanto fragile possa essere l’equilibrio. Nel 2025 la regione registra infatti il più elevato aumento italiano dei prezzi dei beni e servizi utilizzati nei processi produttivi agricoli: +5,1 per cento.

È un dato da non sottovalutare, perché l’agricoltura può aumentare fatturato e valore della produzione mentre contemporaneamente crescono i costi necessari per produrre.

A livello nazionale i consumi intermedi dell’agricoltura hanno superato nel 2025 i 32 miliardi di euro, pari al 42,7 per cento del valore della produzione. Solo i mangimi sono costati 8,2 miliardi; l’energia 4,7 miliardi; le sementi 2,3; i concimi 2,1 miliardi.

La questione energetica rimane particolarmente delicata.

Nel 2025 l’impiego di energia nei processi produttivi agricoli è cresciuto del 7,4 per cento in volume.

Quindi il vero indicatore da osservare non è soltanto quanto aumenta il valore della produzione: è quanto margine rimane all’impresa agricola dopo aver sostenuto i costi.

La grande questione della produttività

Qui emerge probabilmente la principale sfida per il futuro.

Il Mezzogiorno possiede materia prima, biodiversità, produzioni tipiche, denominazioni riconosciute e una reputazione internazionale crescente.

Ma il valore economico maggiore viene spesso generato nelle fasi successive: trasformazione, confezionamento, distribuzione, logistica, commercializzazione e costruzione del marchio.

La vera partita, dunque, non consiste semplicemente nel produrre più pomodori, olio, vino, ortaggi, agrumi o latticini, ma nel fare in modo che una quota sempre maggiore del valore finale di quei prodotti venga creata e rimanga nel territorio nel quale nasce la materia prima.

È la differenza tra un’economia prevalentemente agricola e una vera economia agroindustriale.

PNRR e investimenti: modernizzare prima che finiscano le risorse

Su questo fronte gli investimenti pubblici possono svolgere un ruolo decisivo.

Il PNRR ha destinato risorse a contratti di filiera, innovazione, digitalizzazione, efficientamento energetico e Parco Agrisolare.

Secondo il MASAF, sui contratti di filiera risultavano sottoscritti 1,256 miliardi di euro di contratti, con 63 progetti finanziati, 1.042 imprese coinvolte e circa 2 miliardi di investimenti complessivamente attivati. Il Parco Agrisolare aveva inoltre finanziato oltre 23 mila imprese, installando circa 800 MW di capacità rinnovabile, con un obiettivo portato a 1,7 GW entro il 2026.
Sono interventi che toccano precisamente uno dei problemi strutturali del settore: ridurre il peso dell’energia, innovare i processi e aumentare la produttività.
Ma anche in questo caso il vero bilancio dovrà essere fatto dopo il PNRR.
La domanda non sarà quanti incentivi siano stati distribuiti.

Sarà quanto quegli investimenti avranno aumentato stabilmente la competitività delle imprese.

La variabile americana

Sul futuro dell’export incombe poi una variabile che nessuna impresa meridionale può controllare autonomamente: il commercio internazionale.

Gli Stati Uniti rappresentano un mercato fondamentale per molte produzioni agroalimentari italiane.

Basti pensare al vino: secondo i dati richiamati dal MASAF, nel 2024 le esportazioni vinicole italiane avevano superato 8,1 miliardi di euro, crescendo del 5,5 per cento, e gli Stati Uniti rappresentavano il primo mercato con quasi 2 miliardi.

Per questo l’evoluzione delle politiche tariffarie americane e delle relazioni commerciali UE-USA costituisce un rischio concreto.

Un modello che cresce attraverso l’export è inevitabilmente più esposto agli shock esterni.

Dazi, guerre commerciali, rallentamento dei consumi internazionali, variazioni dei tassi di cambio e crisi geopolitiche possono colpire proprio quelle imprese che negli ultimi anni hanno investito maggiormente nell’internazionalizzazione.

Il Sud può vincere, ma non vendendo soltanto il raccolto

Alla fine, i numeri raccontano una storia molto più interessante del semplice “boom dell’agroalimentare”.

Nel 2025 il Sud è stata la grande area italiana con la migliore crescita reale del valore aggiunto di agricoltura, silvicoltura e pesca: +1,8 per cento, mentre la media nazionale arretrava dello 0,1.

L’olio ha beneficiato soprattutto della ripresa meridionale. Il vino ha trovato una spinta importante nel Centro-Sud. L’export alimentare nazionale continua a crescere più delle esportazioni complessive. E in alcune regioni meridionali la filiera agroalimentare sta compensando almeno parzialmente la debolezza di settori industriali tradizionali.

Ma contemporaneamente aumentano i costi di produzione, l’occupazione agricola nazionale nel 2025 è diminuita dello 0,5 per cento, la crescita territoriale rimane disomogenea e l’apertura ai mercati internazionali espone le imprese a rischi geopolitici e commerciali sempre maggiori.

Per questo la vera sfida del Mezzogiorno non è dimostrare di saper produrre buon cibo: quello lo ha già dimostrato.

La sfida è molto più ambiziosa: trasformare l’agroalimentare da insieme di eccellenze produttive in un sistema industriale integrato.

Agricoltura, trasformazione, ricerca, logistica, porti, catena del freddo, energia, turismo enogastronomico, marchi, denominazioni e commercio internazionale devono diventare parti dello stesso ecosistema economico. Per decenni il Sud ha esportato anche materie prime che altrove acquistavano valore.
Il salto di qualità consiste nel fare esattamente il contrario: produrre, trasformare, confezionare, raccontare ed esportare dal Mezzogiorno.

Se questa trasformazione riuscirà, il cibo non sarà soltanto uno dei simboli più riconoscibili del Sud: potrà diventare uno dei suoi più importanti settori industriali.

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