Lo scioglimento di un Consiglio comunale per infiltrazioni della criminalità organizzata non è una formalità amministrativa. Non è un passaggio burocratico. Non è una medaglia al contrario da appuntarsi sul petto.

È un atto gravissimo.

Quando un Consiglio dei Ministri, sulla base di una relazione prefettizia e al termine di un’ispezione durata mesi, decide di sciogliere un Comune per presunti condizionamenti criminali, siamo davanti ad una delle decisioni più pesanti che uno Stato possa assumere nei confronti di un’istituzione democratica. Per questo non può essere archiviata con poche righe di comunicato e qualche dichiarazione di circostanza. Pro o contro lo scioglimento.

Perché adesso servono risposte. Azioni conseguenziali.

Le presunte infiltrazioni camorristiche non possono restare sospese nel limbo delle ipotesi. Se le accuse che hanno portato allo scioglimento sono fondate, allora devono seguire conseguenze precise, rapide e visibili. Indagini, processi, provvedimenti, allontanamenti. Se vi sono politici, funzionari o professionisti collusi, vanno individuati e colpiti.

Perché sciogliere un Consiglio comunale senza intervenire sulle persone che avrebbero favorito o tollerato quelle dinamiche rischia di lasciare intatto il problema.

Anzi, rischia di riprodurlo.

Se eventuali responsabilità risiedono nella struttura tecnico-amministrativa e questa resta immutata, cosa impedirà che certi meccanismi si ripetano con la prossima amministrazione, qualunque colore politico abbia?

Ed è qui che nasce una riflessione più ampia.

Uno Stato di diritto deve colpire i responsabili, non lasciare spazio ai dubbi. Prima si individuano le responsabilità personali, prima si dimostrano le eventuali collusioni, prima si interviene sui singoli. Poi arrivano le conseguenze politiche e amministrative.

Invertire questo ordine rischia di produrre un effetto devastante: lasciare una città intera sotto una cappa di sospetto.

Perché uno scioglimento per infiltrazioni mafiose non colpisce soltanto un’amministrazione. Colpisce l’immagine di una comunità intera. E si fatica sinceramente a credere che un’intera classe dirigente, una maggioranza, un apparato amministrativo e una città possano essere indistintamente accomunati sotto la stessa ombra.

La camorra va combattuta con durezza. Senza esitazioni.

Ma la si combatte colpendo i responsabili, non generando zone grigie.

Per questo Sarno oggi ha diritto a sapere: chi avrebbe favorito questi condizionamenti? In che modo? Attraverso quali meccanismi? E soprattutto: cosa si sta facendo per impedire che accada ancora?

Perché se alle parole non seguiranno fatti, se allo scioglimento non seguiranno indagini, processi, denunce, arresti, licenziamenti e rimozioni, resterà inevitabilmente spazio per il dubbio.

Ed è proprio il dubbio, spesso, a ferire una città più delle sentenze.

Ho scelto volutamente una foto presa dal web in cui sul balcone principale di Palazzo San Francesco campeggia uno striscione dedicato a Falcone e Borsellino.

Non per retorica.

Ma perché viene inevitabilmente da pensare a quelle settimane trascorse all’Asinara, lontani da tutto, a ricostruire pazientemente fatti, incrociare prove, trasformare sospetti in accuse circostanziate.

È questo che oggi Sarno chiede allo Stato: non simboli, non slogan, non ombre.

Verità.

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