Più risorse e nuovi cantieri, ma l’Italia resta segnata da fortissimi divari territoriali. E la vera sfida comincia quando finiscono i lavori

Il problema degli asili nido in Italia può essere raccontato attraverso miliardi stanziati, graduatorie, cantieri, percentuali di copertura e obiettivi europei. Ma, alla fine, esiste una domanda assai più semplice, e probabilmente più utile di qualunque tabella: una famiglia che oggi ha bisogno di un posto al nido riesce davvero a trovarlo?

È dentro questa domanda che si misura la distanza fra l’ambizione del PNRR e la realtà quotidiana del Paese.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha destinato alla prima infanzia uno degli investimenti più importanti mai realizzati in Italia. E non si trattava semplicemente di costruire nuovi edifici. Dietro quella scelta convivevano almeno quattro obiettivi diversi: garantire servizi educativi ai bambini, sostenere le famiglie, favorire l’occupazione femminile e ridurre quelle disuguaglianze territoriali che, anche in questo settore, continuano a dividere profondamente il Paese.

A pochi mesi dalla fase conclusiva del programma, però, la domanda non può più essere quanto sia stato stanziato. Occorre capire quanti posti saranno effettivamente disponibili, in quali territori verranno creati e, soprattutto, se le amministrazioni riusciranno a trasformare gli immobili finanziati in servizi realmente funzionanti.

Ed è precisamente su questi tre passaggi che il bilancio diventa assai più complesso.

L’Italia, innanzitutto, non parte da una situazione uniforme. La disponibilità dei servizi educativi per i bambini sotto i tre anni cambia radicalmente da una regione all’altra e, non di rado, perfino da un Comune a quello confinante. Il PNRR nasceva anche per correggere questa geografia delle disuguaglianze, ma una media nazionale può migliorare molto senza che cambi davvero la condizione di chi vive nei territori più fragili.

L’Ufficio parlamentare di bilancio ha evidenziato un dato particolarmente eloquente: anche considerando gli investimenti programmati, l’81,4 per cento dei Comuni che non disponevano di alcun asilo continuerebbe a esserne privo. Nei centri con meno di 500 abitanti la percentuale arriverebbe addirittura al 96,6 per cento. Non è un dettaglio statistico, perché modifica il modo stesso in cui dovremmo leggere l’intervento.

Il Piano può aumentare sensibilmente il numero complessivo dei posti e, allo stesso tempo, lasciare sostanzialmente intatta una delle caratteristiche storiche dell’Italia: territori nei quali il nido è un servizio relativamente diffuso e altri nei quali resta marginale, lontano o semplicemente inesistente.

Anche la storia dell’obiettivo quantitativo racconta molto.

Il progetto originario del PNRR prevedeva 264.480 nuovi posti complessivi fra asili nido e scuole dell’infanzia. Dopo la revisione del Piano, il target è stato ridotto a 150.480: 114 mila posti in meno, oltre il 43 per cento rispetto alla previsione iniziale.

La spiegazione ufficiale non è priva di ragioni. La Struttura di missione PNRR della Presidenza del Consiglio ha chiarito che la revisione ha tenuto conto dell’aumento dei costi, degli esiti dei precedenti bandi e anche delle regole europee, che non consentivano di conteggiare come nuovi posti alcuni interventi di ristrutturazione e riqualificazione su edifici già esistenti. Il Governo sostiene inoltre di avere mantenuto i finanziamenti anche per opere che non concorrono più al nuovo target europeo.

È una precisazione necessaria. Ma non cancella il dato politico e amministrativo essenziale: il parametro con il quale oggi verrà misurato il risultato dell’investimento è profondamente diverso da quello con cui il Piano era partito. E questo rende particolarmente pericolosi i confronti frettolosi fra numeri appartenenti a fasi diverse.

C’è poi un equivoco ancora più frequente. Quando si parla dei 150.480 nuovi posti, si finisce spesso per considerarli implicitamente tutti posti di asilo nido. Non è così. Il target comprende l’intero sistema 0-6 anni, dunque sia i nidi sia le scuole dell’infanzia.

Le elaborazioni dell’Ufficio parlamentare di bilancio stimano che, a seconda degli scenari, i nuovi posti riferibili specificamente agli asili nido siano compresi tra 93.239 e 110.831, mentre quelli destinati alle scuole dell’infanzia oscillerebbero fra 31.063 e 39.175.

Potrebbe sembrare una distinzione tecnica, ma non lo è affatto.

La carenza più grave dell’Italia riguarda infatti proprio i servizi destinati ai bambini sotto i tre anni. Parlare genericamente di 150 mila nuovi posti rischia dunque di restituire un’immagine più rassicurante di quella reale, perché induce a immaginare un incremento dei nidi superiore a quello effettivamente previsto.

Proprio per rafforzare questa componente, nel 2024 è stato attivato un ulteriore intervento. L’avviso del Ministero dell’Istruzione e del Merito del 15 maggio ha destinato quasi 735 milioni di euro alla creazione di nuovi posti nella fascia 0-2 anni, attraverso nuovi nidi o la riconversione di edifici pubblici. Secondo la Presidenza del Consiglio, questo piano ha finanziato 838 interventi per 31.600 posti, il 64,8 per cento dei quali nel Mezzogiorno.

È un dato importante, perché segnala il tentativo di correggere una delle debolezze emerse nella prima fase e di concentrare una quota più rilevante delle risorse proprio nei territori e nella fascia d’età che presentano le carenze maggiori.

Ma il Mezzogiorno mostra anche il limite più insidioso di qualunque politica costruita soltanto sulla distribuzione delle risorse: destinare più denaro ai territori svantaggiati non significa automaticamente riuscire a colmare il divario.

Per utilizzare quei finanziamenti servono infatti amministrazioni capaci di progettare, predisporre le candidature, gestire le procedure, affidare i lavori, seguirne l’esecuzione e, successivamente, organizzare il servizio. Ed è qui che emerge uno dei paradossi meno visibili del PNRR.

Un grande Comune, con uffici tecnici strutturati, personale specializzato e precedenti esperienze nella gestione dei fondi, parte inevitabilmente da una posizione diversa rispetto a un piccolo ente con pochi dipendenti e capacità progettuale limitata.

Così può accadere che proprio i territori che avrebbero più bisogno dell’investimento siano quelli che incontrano le maggiori difficoltà nel trasformarlo in realtà.

E non è soltanto una questione di Nord e Sud. È anche la distanza fra amministrazioni solide e amministrazioni fragili, fra grandi centri e piccoli Comuni, fra enti attrezzati per competere nell’accesso alle risorse e altri che rischiano di restare ai margini.

Poi c’è il tempo. Il famoso cronoprogramma del PNRR rappresenta probabilmente la variabile più delicata dell’intera operazione. L’analisi dell’Ufficio parlamentare di bilancio pubblicata nel gennaio 2025 rilevava che, sulla base dei dati ReGiS presi in esame, risultava utilizzato il 25,2 per cento delle risorse destinate alla misura. Lo stesso organismo segnalava criticità sia sul rispetto dei tempi sia sul numero finale di posti realmente realizzabili.

Gli scenari elaborati erano molto differenti. Nell’ipotesi più favorevole il mancato raggiungimento del target sarebbe stato limitato a circa 500 posti; in quella più pessimistica avrebbe raggiunto i 26 mila; una valutazione intermedia stimava circa 17.400 posti in meno rispetto all’obiettivo.

Sono scenari, non un consuntivo. Ma servono almeno a chiarire un punto: un progetto finanziato, un posto programmato e un posto effettivamente disponibile non sono la stessa cosa.

Fra il primo e l’ultimo passano gare, lavori, varianti, collaudi, autorizzazioni e organizzazione del servizio.

Ed è proprio quando il cantiere finisce che comincia forse la parte più difficile.

Supponiamo che un Comune riceva il finanziamento, riesca a rispettare i tempi, completi l’edificio e inauguri il nuovo nido. Dal punto di vista infrastrutturale, il PNRR ha raggiunto il proprio scopo.

Ma il mattino successivo nasce un problema completamente diverso.Chi paga educatori, personale ausiliario, coordinamento pedagogico, mensa, pulizie, energia, manutenzione, amministrazione?

Un asilo non è fatto soltanto di mura, aule e arredi. È un servizio ad alta intensità di lavoro e le spese necessarie a farlo funzionare non vengono sostenute una volta sola: ritornano ogni anno.

È qui che la sostenibilità gestionale diventa cruciale, soprattutto per quei Comuni finanziariamente più fragili che spesso coincidono proprio con i territori dove l’offerta dovrebbe crescere maggiormente.

La Conferenza Stato-Città ha indicato espressamente i costi di gestione fra le questioni destinate a pesare sull’espansione futura del servizio.

Ed è probabilmente questo il passaggio che più di ogni altro dovrebbe cambiare il modo in cui misuriamo il successo del Piano.

Un nido non può dirsi realizzato semplicemente quando vengono consegnate le chiavi.

Bisogna vedere se, dopo quella consegna, dentro quelle stanze entrano davvero i bambini.

Perché esiste un’ulteriore differenza, ancora troppo poco considerata: quella fra un posto formalmente esistente e un posto realmente accessibile.

Anche quando il nido è operativo, rimangono le rette, gli orari, i criteri delle graduatorie, la distanza dall’abitazione, la compatibilità con i tempi di lavoro dei genitori. Disponibilità fisica e accessibilità sociale non sono sinonimi.

Ed è precisamente in questo punto che la politica degli asili smette di essere esclusivamente una questione educativa e incontra il mercato del lavoro, la condizione delle famiglie e soprattutto l’occupazione femminile.

Il PNRR lo afferma esplicitamente: ampliare i servizi per l’infanzia significa anche facilitare la conciliazione fra famiglia e lavoro e favorire la partecipazione delle donne al mercato occupazionale.

Il nido, dunque, non è soltanto un luogo nel quale affidare un bambino per alcune ore. È infrastruttura sociale. È servizio educativo, strumento di contrasto alle disuguaglianze, sostegno alla genitorialità e, in molti casi, condizione concreta perché una madre possa continuare o tornare a lavorare.

Infine c’è un paradosso che dovrebbe suggerire molta cautela anche nella lettura futura delle percentuali.

Nei prossimi anni il tasso di copertura dei servizi potrebbe aumentare non soltanto perché crescerà il numero dei posti disponibili, ma anche perché diminuirà il numero dei bambini.

L’Ufficio parlamentare di bilancio ha analizzato espressamente l’effetto del calo demografico e ritiene che il traguardo nazionale del 33 per cento possa essere raggiunto anche in uno scenario di attuazione soltanto parziale degli investimenti.

È una semplice questione matematica: diminuisce il denominatore. Se nascono meno bambini, la percentuale di posti rispetto alla popolazione infantile cresce anche in assenza di un aumento proporzionale dell’offerta.

Ed è difficile immaginare un paradosso più amaro: un Paese che per decenni non è riuscito a garantire servizi sufficienti alla prima infanzia potrebbe vedere migliorare alcuni dei propri indicatori proprio perché ha sempre meno bambini ai quali quei servizi dovrebbero essere destinati.

Alla fine, sarebbe semplicistico definire il Piano asili un fallimento. Ma sarebbe altrettanto superficiale celebrarlo fin d’ora come un successo.

Il PNRR ha mobilitato risorse straordinarie e ha restituito alla prima infanzia una centralità che per troppo tempo era mancata nella programmazione degli investimenti pubblici. Ha aperto cantieri, finanziato strutture, indirizzato risorse verso il Mezzogiorno e posto il tema dei servizi 0-6 dentro una strategia nazionale.

Ma il target originario è stato profondamente ridimensionato, restano fortissimi divari territoriali, persistono interrogativi sui tempi e soprattutto rimane aperta la questione della sostenibilità futura dei servizi.

Ed è qui che occorre evitare l’equivoco più grande.

Finanziare un asilo non significa avere creato un servizio.

Fra il decreto che assegna le risorse e un bambino che ogni mattina entra in un nido esiste una lunga catena fatta di progettazione, gare, lavori, collaudi, personale, rette, gestione e continuità finanziaria.

È quella catena che, alla fine, dovremo misurare.

Non basterà sapere quanti miliardi siano stati stanziati né quanti cantieri siano stati aperti. Bisognerà capire quanti nuovi posti siano stati davvero creati nella fascia 0-2 anni, quanti nidi finanziati siano entrati effettivamente in funzione, quanti Comuni che prima non disponevano del servizio oggi finalmente lo offrano, quanto costi alle famiglie utilizzarlo e quante domande continuino a restare senza risposta.

Solo allora potremo capire se il PNRR avrà costruito semplicemente nuovi edifici oppure se sarà riuscito a produrre ciò che davvero serviva all’Italia: un servizio educativo più vicino a essere accessibile indipendentemente dal luogo nel quale un bambino nasce e dalle condizioni economiche della sua famiglia.

Perché, in questo caso, la vera opera pubblica non è l’edificio. È il posto che quell’edificio riesce a garantire, ogni mattina, a un bambino.

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