Ferrari sacrificato per liberare spazio salariale, Capomaggio può seguire, Villa è in scadenza, Berra, Varone e Ghiglione restano in uscita. D’Ursi e Capuano sono buoni innesti, ma arrivano soltanto dopo un’altra cessione. Della squadra arrivata a testa alta alla semifinale playoff resta sempre meno. A questo punto parlare di promozione in B significa confondere le speranze con la realtà. E dietro questo “tirare a campare” continua a proiettarsi l’ombra enorme della questione stadio.
Ieri esprimevamo dubbi. Oggi quei dubbi cominciano drammaticamente ad assomigliare a certezze.
La Salernitana non sta semplicemente modificando la squadra che pochi mesi fa era arrivata fino alla semifinale nazionale dei playoff. La sta smontando.
E la vicenda di Franco Ferrari rischia di diventare l’immagine più nitida di una politica societaria che appare ormai dominata da una sola necessità: far quadrare i bilanci, riducendo gli ingaggi, prima ancora di costruire una squadra capace di vincere.
Ferrari è a sorpresa fuori dai programmi e la sua cessione è destinata a finanziare la fase conclusiva del mercato. Sulla destinazione, mentre scriviamo, le ricostruzioni non sono ancora univoche: alcune fonti indicano il Guidonia, altre il Casarano, soluzione richiamata anche dal giornalista Marcello Festa . Il dato sostanziale, però, non cambia: la Salernitana rinuncia a un centravanti che conosce perfettamente la categoria per liberare spazio salariale e consentire altri arrivi. Gli articoli di oggi collegano esplicitamente la sua uscita agli ingressi di Eugenio D’Ursi e Marco Capuano.
Ed è proprio questo il punto.
FERRARI: DUE ERRORI CON UNA SOLA OPERAZIONE
Franco Ferrari non è Haaland. Nessuno lo ha mai sostenuto. Ma in Serie C è un attaccante vero, strutturato fisicamente, capace di occupare l’area, fare reparto e segnare. Nella scorsa stagione ha chiuso con 8 reti in 41 presenze e, soprattutto, Serse Cosmi lo aveva utilizzato anche nella fase decisiva dei playoff: fu titolare sia all’Arechi sia nella gara di ritorno contro il Ravenna.
Cederlo produce quindi – come giustamente stigmatizzato da Marcello Festa – un doppio effetto negativo.
Il primo è evidente: si indebolisce la Salernitana. Il secondo è ancora più incomprensibile qualora la destinazione definitiva fosse davvero il Casarano: si rafforzerebbe contemporaneamente una concorrente ambiziosa dello stesso campionato.
E la motivazione dell’operazione racconta forse più di qualsiasi comunicato quale sia oggi la filosofia societaria.
Ferrari aveva il contratto in scadenza nel giugno 2027. Non essendoci le condizioni per un rinnovo – e secondo le ricostruzioni di queste ore neppure per una rimodulazione dell’ingaggio – si è preferito monetizzare oggi piuttosto che rischiare di perderlo gratuitamente tra dieci mesi. Le cronache di mercato collegano esplicitamente la sua partenza alla necessità di abbassare il monte stipendi e creare lo spazio economico per nuovi tesseramenti. Siamo alle solite, insomma.
Legittimo contabilmente. Devastante sportivamente.
Perché una società costruita per vincere ragiona anzitutto su ciò che un giocatore può dare alla squadra. Ora, oggi.
Una società che ragiona principalmente sul bilancio guarda invece alla scadenza del contratto. E ormai alla Salernitana sembra prevalere sistematicamente la seconda logica.
PRIMA VENDERE. POI, FORSE, COMPRARE (RISPARMIANDO)
È diventato quasi un rituale. D’Ursi è praticamente definito da giorni? Bisogna prima liberare spazio.
Capuano è pronto? Bisogna aspettare. Serve un centrocampista? Prima bisogna cedere.
Serve un attaccante? Prima deve partire Ferrari.
Non è un mercato costruito sulle esigenze tecniche. È un mercato condizionato dalle uscite.
La differenza è enorme. D’Ursi e Capuano sono due giocatori che possono certamente migliorare la rosa.
Eugenio D’Ursi, reduce da un campionato importante con il Sorrento e da 15 reti nella scorsa stagione, aggiunge qualità, capacità realizzativa e conoscenza della categoria. Marco Capuano, 34 anni, ex capitano della Ternana, porta esperienza, fisicità e leadership per il centro della difesa. Ma restano i dubbi legati alla sostituzione di un possibile pilastro, con un pilastro consolidato e affidabile.
Persino due operazioni teoricamente condivisibili, così diventano la dimostrazione plastica del problema.
Perché per far arrivare due giocatori bisogna prima venderne uno. Non si rinforza la squadra aggiungendo qualità alla qualità esistente.
Si toglie da una parte per mettere dall’altra. È la solita politica della coperta corta: impossibile costruire così una promozione o avere una qualsiasi ambizione.
DOPO FERRARI SERVONO DUE ATTACCANTI, NON UNO
La partenza del Loco crea poi un problema ulteriore. Prima della sua cessione la Salernitana aveva già bisogno di aumentare peso e gol nel reparto offensivo. Adesso la necessità raddoppia.
D’Ursi è un ottimo elemento, ma non risolve da solo il problema del centravanti. Lescano resta il riferimento principale, mentre Marco Bevilacqua – uno degli investimenti di prospettiva dell’estate – è già alle prese con un problema muscolare e, comunque, non può essere caricato della responsabilità di trascinare immediatamente una squadra che dovrebbe avere l’obbligo della promozione. Il club sta intanto valutando un altro numero nove e sono circolati i nomi, suggestivi, di Massimo Coda e Milan Djuric. Bellissimi nomi. Suggestivi.
E una squadra non si iscrive né tanto meno vince al campionato con le suggestioni.
LO SMANTELLAMENTO DELLA SQUADRA DEI PLAYOFF È ORMAI QUASI COMPLETO
Proprio guardando indietro di appena tre mesi la situazione diventa ancora più difficile da comprendere. Quella Salernitana non aveva conquistato la Serie B, ma aveva finalmente trovato un’identità.
Aveva eliminato il Ravenna vincendo entrambe le partite e si era fermata soltanto in semifinale contro il Brescia.
Era una squadra che, dopo una stagione complicatissima, era uscita a testa alta. Si poteva ripartire da lì. Si poteva conservare l’ossatura, individuare quattro o cinque ruoli nei quali aumentare nettamente la qualità e presentarsi al nuovo campionato con una squadra già pronta.
È stato fatto quasi il contrario.
Nella formazione che affrontò il Ravenna nei playoff figuravano Donnarumma, Golemic, Cabianca, Ferraris e Ferrari: non fanno più parte del progetto. Berra è indicato tra i prossimi partenti. Villa è in scadenza nel 2027 e il rinnovo è ancora da definire. Sempre più probabile anche la sua cessione. Di Capomaggio, protagonista importante della scorsa stagione, si dirà dopo.
A questi aggiungiamo le partenze già consumate di Arena, Carriero, Quirini e Molina, oltre alla conclusione delle esperienze di Inglese e degli altri prestiti. Quello che ieri definivamo un profondo rinnovamento oggi può essere chiamato con il suo nome: smantellamento.
E potrebbe non essere ancora finito.
Le cronache danno Berra, Varone e Ghiglione ancora in uscita; Villa rappresenta ormai un altro “caso Ferrari” potenziale, perché anche lui arriverà a giugno 2027 a scadenza se non sarà rinnovato.
Ed allora la domanda è inevitabile: se la soluzione per un giocatore che entra nell’ultimo anno di contratto è venderlo, dobbiamo aspettarci la stessa sorte anche per Villa?
Perché se la filosofia è questa, non siamo più davanti a singole operazioni. Siamo davanti a un modello.
GLI ACQUISTI: MOLTI PROSPETTI, POCHE CERTEZZE DA PROMOZIONE
Gli arrivi già ufficializzati non meritano critiche aprioristiche. Il problema è un altro: quanti di questi rappresentano oggi un autentico salto di qualità rispetto alla squadra dei playoff?
Cesare Galeotti, reduce da una stagione completa al Trapani, ha sostituito Donnarumma tra i pali. Manuel Llano arriva dopo l’esperienza alla Casertana. Malik Djibril, ex Picerno, è un centrocampista giovane e dinamico. Marco Bevilacqua, Karim Cardoni e Mattia Mastrovito sono soprattutto investimenti in prospettiva. Jonas Heinz, ex Casertana, e Riccardo Zoia, arrivato dalla Vis Pesaro, ampliano le soluzioni sulle fasce e in difesa.
Sono ragazzi che meritano fiducia e ai quali sarebbe ingiusto attribuire responsabilità che non hanno. Ma questa è la Salernitana.
E la Salernitana non dovrebbe costruire una squadra con l’obiettivo di “fare un buon campionato”. Dovrebbe costruirla per vincerlo.
Oggi, invece, questa rosa – anche immaginando gli ingressi di D’Ursi e Capuano – non appare attrezzata per conquistare la Serie B.
Playoff o non playoff.
Una squadra che vuole vincere il girone deve avere almeno diciotto-diciannove giocatori intercambiabili, due alternative vere per quasi ogni ruolo, esperienza, fisicità, qualità e soprattutto uomini capaci di fare la differenza quando il campionato entra nei mesi decisivi. Tutto questo non c’è.
CAPOMAGGIO: DOPO FERRARI, UN ALTRO SACRIFICIO PER “RESPIRARE”
Mentre Ferrari fa le valigie, arriva un’altra notizia estremamente significativa. Galo Capomaggio può andare allo Spezia.
In quest’ultimo caso, si perde uno degli elementi più motivati della squadra, entusiasta di rimanere a Salerno, utilissimo sia a centrocampo sia al centro della difesa, dove lo scorso anno non ha fatto rimpiangere l’infortunato Golemic, governando il settore e divenendo anche una sorta di regista arretrato, pronto a lanciare le ripartenze. E liberando spazio a De Boer. Una pedina preziosissima, insomma, di cui si sentirà la mancanza. A centrocampo, in difesa ma anche nello spogliatoio (sconcerta il silenzio – almeno ufficiale – di Serse Cosmi).
Anche in questo caso, la possibile operazione viene letta come una nuova “boccata d’ossigeno” per le casse della società e come lo strumento attraverso il quale liberare ulteriore spazio salariale per gli ultimi movimenti. Tra i possibili sostituti vengono indicati Mattia Vitale e, per aumentare qualità negli ultimi metri, Valerio Verre. Ecco nuovamente lo stesso schema.
Prima esce Capomaggio. Poi si può pensare a chi entra.
Possibile che una società con l’ambizione di tornare in B non sia in grado di acquistare un centrocampista senza vendere prima uno dei migliori che possiede? Possibile che ogni rinforzo debba avere come condizione preliminare un addio? Possibile che la Salernitana non possa mai semplicemente aggiungere qualità, ma debba continuamente sostituirla?
A questo punto il sospetto diventa una valutazione politica-sportiva difficile da evitare: l’obiettivo prioritario non sembra essere costruire la squadra più forte possibile. Sembra costruire la squadra economicamente più sostenibile possibile.
Sono due cose molto diverse.
E COSMI?
In mezzo a tutto questo c’è Serse Cosmi.
Un allenatore esperto, intelligente e navigato da sapere perfettamente cosa gli è stato consegnato.
Nei giorni scorsi è stato lui stesso a pronunciare la frase più significativa di tutta l’estate: la squadra non deve essere completata, deve essere rinforzata. Parole inequivocabili.
Cosmi sa che mancano uomini.Sa che alcuni reparti sono incompleti. Sa soprattutto che una squadra costruita continuamente sull’equazione “uno esce, uno entra” difficilmente può creare quella superiorità tecnica necessaria per dominare un campionato.
L’esordio ufficiale di Coppa di Ferragosto può offrire qualche indicazione sul lavoro svolto, ma sarebbe sbagliato trasformare una partita d’agosto in un referendum. Il vero giudizio riguarda la qualità complessiva dell’organico che sarà consegnato al tecnico. Ed oggi quel giudizio non può essere positivo.
NON È PIÙ PRUDENZA: È ASSENZA DI AMBIZIONE
Qui il discorso diventa più duro, perché la prudenza economica è doverosa. Gestire bene i conti è ovviamente fondamentale, nessuno lo mette in discussione. Nessuno chiede alla proprietà di mettere a rischio la sopravvivenza del club.
Ma esiste una distanza enorme tra gestire responsabilmente e tirare a campare. La Salernitana di oggi sembra pericolosamente ad un passo dalla seconda condizione.
Abbassare il monte ingaggi, cedere chi guadagna troppo, vendere chi è vicino alla scadenza.
Non è un mercato, quello che sta per chiudersi, ma più una strategia finanziaria.
Di sicuro, non è una strategia per vincere un campionato.
Ed è proprio qui che diventa difficile non leggere un progressivo disimpegno sportivo della proprietà. Non necessariamente un disinteresse verso la Salernitana: ma certamente, almeno fino ad oggi, una drammatica riduzione delle ambizioni.
IL PROBLEMA STADIO RISCHIA DI ESSERE LA VERA BOMBA SUL FUTURO
Il discorso iniziato ieri – alla luce delle ultime importanti novità – deve essere portato ancora più avanti, perché sarebbe troppo facile attribuire tutto soltanto a Iervolino.
Dietro l’atteggiamento estremamente prudente della società potrebbe esserci anche – ed è necessariamente un’inferenza – l’incertezza enorme legata al futuro dello stadio.
Il cronoprogramma reso pubblico prevede il completamento della riqualificazione del Volpe entro il 31 luglio 2027, per consentire alla Salernitana di trasferirvisi durante il successivo intervento sull’Arechi. Per il “Principe degli Stadi” il cantiere dovrebbe partire nel settembre 2027 e concludersi, nelle previsioni, entro il 31 luglio 2029. L’investimento complessivo indicato per l’operazione è dell’ordine di 144 milioni di euro.
Il Comune assicura che l’iter procede, che sulla Curva Nord sono già iniziati alcuni interventi e che da settembre i lavori entreranno a regime. Benissimo.
Ma il 2029 è una previsione. E, soprattutto, significa che la Salernitana si trova davanti ad anni nei quali la propria principale infrastruttura sarà interessata da una trasformazione enorme e nei quali dovrà giocare temporaneamente in un impianto diverso, “provvisorio”. Buono a stento per la C, non certo per campionati maggiori.
Per una società di calcio lo stadio non è soltanto il posto nel quale si disputa una partita. È biglietteria, abbonamenti, hospitality, sponsor, pubblicità, servizi, attività commerciali, immagine e programmazione dei ricavi.
Con la questione-Arechi è inevitabilmente diventata incerta una componente fondamentale del piano industriale di questa società, lo si è capito chiaramente. Così diventa persino comprensibile – non condivisibile, ma comprensibile – una proprietà che decide di non esporsi economicamente.
Ma c’è un limite. La Salernitana non può diventare ostaggio dell’Arechi.
ALLA SOCIETÀ CHIEDIAMO CORAGGIO: SE SALERNO NON PUÒ, SI VADA ALTROVE
E allora torniamo alla conclusione di ieri, oggi con ancora maggiore convinzione. Alla proprietà non chiediamo di continuare a mettere pezze. Chiediamo coraggio.
Se la città di Salerno non è in grado di offrire nel medio periodo le condizioni infrastrutturali indispensabili a una società calcistica moderna, si abbia il coraggio di guardare oltre i confini comunali. Alla provincia, all’area metropolitana. Un terreno adeguato e ben collegato, che consenta l’investimento-stadio ma anche infrastrutture annesse (si pensi a servizi di navetta e parcheggi multipiano, tanto per fare due esempi).
E uno stadio nuovo costruito da zero. Un impianto da 25-30 mila posti, senza compromessi progettuali, con tribune addosso al campo, hospitality, museo, store, ristorazione, spazi commerciali e servizi utilizzabili sette giorni su sette.
Davanti ad un intervento pubblico sull’Arechi indicato in circa 144 milioni di euro, è più che legittimo chiedersi se non sarebbe stato possibile – o se non sia ancora possibile per la società, con un progetto e un piano finanziario differenti – immaginare un impianto completamente nuovo con costi comparabili o persino inferiori a carico del privato (e peccato per lo sperpero di denaro pubblico che pur si poteva facilmente evitare).
Per affermarlo servirebbe naturalmente uno studio di fattibilità. Porre la domanda non è più una provocazione. È buon senso.
Perché la Salernitana non può programmare il proprio futuro aspettando il 2029. E magari, nel 2029, aspettare ancora, visto come vanno le cose a Salerno (Porta Ovest e Palazzetto dello Sport sono soltanto due esempi).
SALERNO NON MERITA UNA SALERNITANA CHE “TIRA A CAMPARE”
La questione, alla fine, è tutta qui. Questa tifoseria ha portato decine di migliaia di persone allo stadio. Ha seguito la squadra in Serie A, in Serie B, in Serie C. Ha sopportato due dolorosissime e vergognose retrocessioni consecutive.
Ha continuato a esserci. Ha ricominciato a crederci durante i playoff.
Oggi vede quella squadra nuovamente smontata pezzo dopo pezzo, com’è ormai consuetudine da tre anni.
Persino la tifoseria organizzata ha cominciato a manifestare pubblicamente il proprio malcontento verso la conduzione del mercato e verso una società accusata di non aver alzato quell’“asticella” evocata più volte nelle dichiarazioni estive. A questa gente non si può chiedere ancora una volta di aspettare. Aspettare che se ne vada Ferrari per prendere D’Ursi, che si rinuncia a Capomaggio per prendere un centrocampista, aspettare la cessione di Ghiglione per fare un’altra operazione.
E ancora aspettare Villa, aspettare i lavori al Volpe, aspettare i lavori l’Arechi, aspettare il 2029.
La Salernitana ha aspettato abbastanza.
Ora deve scegliere. O puntare realmente alla Serie B e costruiree una squadra coerente con quell’obiettivo, oppure trovare il coraggio di dirlo chiaramente: l’obiettivo è semplicemente galleggiare, ridurre i costi, aspettare tempi migliori e amministrare l’esistente.
Sarebbe doloroso, ma almeno sarebbe chiaro e onesto.
Quello che non è più accettabile è continuare a parlare di ambizioni e progetti mentre ogni operazione di mercato racconta esattamente il contrario.
La Salernitana ha bisogno di una proprietà che torni ad entusiasmarsi, investire e progettare. Se il problema è Salerno, lo si affronti. Se il problema è l’Arechi, lo si superi. Se serve costruire una nuova casa, la si costruisca, ed abbracci anche quella “Salernello” che Aliberti non riuscì a realizzare.
Una società con oltre cent’anni di storia e una tifoseria di queste dimensioni non può avere come programma industriale e sportivo il “tirare a campare”. Salerno non chiede miracoli, ma una cosa molto più semplice: tornare ad avere il diritto di sognare.
