La squadra che soltanto pochi mesi fa aveva ritrovato anima, orgoglio e identità nella lunga rincorsa dei playoff (grazie anche all’avvento di Serse Cosmi) è stata profondamente modificata, se non rivoluzionata. Gli arrivi ci sono, alcuni anche interessanti, ma restano evidenti lacune soprattutto in difesa. E continua una filosofia societaria difficile da condividere: prima bisogna liberare risorse, poi eventualmente si compra. E sullo sfondo c’è un problema ancora più grande: l’incertezza degli impianti. Occorre una scelta di coraggio: se Salerno non è in grado di garantire le condizioni per costruire un grande progetto sportivo, si valuti seriamente uno stadio nuovo altrove.
La prima domanda è semplice: era davvero necessario ricominciare, ancora una volta, quasi daccapo?
Perché la Salernitana 2025-2026 non aveva conquistato la promozione, questo è vero, ma aveva concluso la stagione mostrando proprio nel momento decisivo qualcosa che per mesi era mancato: carattere, compattezza, appartenenza.
Con Serse Cosmi la squadra era arrivata fino alla semifinale nazionale dei playoff. Aveva eliminato il Ravenna, battendolo 2-0 all’Arechi con i gol di Lescano e Anastasio, quindi aveva pareggiato 1-1 la semifinale d’andata contro il Brescia prima della sconfitta per 2-0 al Rigamonti che aveva chiuso il sogno promozione.
Non una promozione, dunque. Ma nemmeno macerie. C’erano, per una volta, le basi per costruire quel “progetto” di cui si parla ormai da tre anni, sempre prontamente smentito dai fatti.
Era una base sulla quale intervenire con pochi innesti importanti, alzando il livello tecnico e conservando quanto di buono era stato costruito.
Si è scelta invece una strada diversa. La rivoluzione appunto, o quasi.
GLI ARRIVI: GIOVANI INTERESSANTI, MA POCHI VERI SALTI DI QUALITÀ
Il mercato in entrata ha portato innanzitutto Cesare Galeotti, classe 2002, chiamato a raccogliere un’eredità pesantissima tra i pali. Arriva dal Trapani, con il quale nella passata stagione ha giocato tutte le 38 partite di campionato. Prima ancora aveva maturato esperienze tra Spal, Rimini e Lumezzane. Ha firmato fino al 2028. E’ indubbiamente una promessa, scopriremo se verrà mantenuta.
Sulla corsia destra è arrivato Manuel Llano, argentino classe 1999, reduce dalla Casertana. Cresciuto nel Newell’s Old Boys, ha giocato anche con Godoy Cruz, San Martín de San Juan e, in Italia, con Avellino e Casertana. È un esterno di gamba, con una discreta esperienza della categoria.
A centrocampo c’è Malik Djibril, classe 2003, proveniente dal Picerno: cresciuto anche nel settore giovanile della Fiorentina, ha esordito in Serie B con il Vicenza e ha poi vestito le maglie di Fidelis Andria, Lucchese e Picerno. Un profilo giovane, dinamico, certamente interessante. Ma anche in questo caso si tratta di una promessa. Più un potenziale investimento, insomma, che un innesto finalizzato a rafforzare un settore cruciale della formazione, dove occorrono gambe solide, testa sul collo e tanta tanta esperienza (soprattutto quando si gioca in campi di calcio più idonei a coltivarci papate).
In attacco è stato ingaggiato Marco Bevilacqua, classe 2004, 187 centimetri, ultima stagione al Foggia. Anche in questo caso, una punta “d’investimento” in prospettiva, ma alla quale sarebbe ingeneroso affidare immediatamente il peso delle ambizioni di una piazza come Salerno.
Dal Picerno è arrivato anche Karim Cardoni, classe 2004, esterno offensivo, legato alla Salernitana fino al 2029. Anche qui siamo di fronte soprattutto ad un investimento sul futuro.
Interessante anche Mattia Mastrovito, ventenne centrocampista proveniente dal Martina, dove ha trascorso le ultime due stagioni e si è messo in evidenza al punto da guadagnarsi il salto tra i professionisti. Può agire anche più avanti, da trequartista.
Poi gli ultimi interventi (che invece avrebbero dovuto avrebbero dovuto avere assoluta priorità) hanno riguardato soprattutto le fasce difensive.
Jonas Heinz, classe 2003, arriva dopo due stagioni alla Casertana. È utilizzabile da terzino destro e anche da centrale e proprio nell’ultima stagione ha mostrato una discreta propensione offensiva. Nel suo percorso figurano anche Südtirol, Fermana, Taranto e Torres.
Sul versante opposto è arrivato in prestito dalla Vis Pesaro Riccardo Zoia, classe 2001, mancino, 188 centimetri, reduce da due stagioni nelle Marche. L’accordo prevede diritto e, al verificarsi di determinate condizioni, obbligo di riscatto.
Nel conteggio delle operazioni 2026-27 vanno inoltre considerate le acquisizioni definitive di Facundo Lescano ed Emmanuel Gyabuaa, già protagonisti della seconda parte della passata stagione: operazioni importanti proprio perché almeno in questi due casi si è deciso di non disperdere completamente quanto costruito nella rincorsa playoff.
Sono operazioni di mercato che indubbiamente meritano fiducia.
Ma la domanda rimane: bastano per una Salernitana che dichiara di voler vincere il campionato?
Al momento, no.
LE USCITE: È ANDATO VIA UN PEZZO IMPORTANTE DELLA SQUADRA DEI PLAYOFF
La prima perdita è quella di Antonio Donnarumma. Fasi alterne, in questa stagione, ma andava sostituito con un portiere d’esperienza, di categoria. Perché con tutti i suoi difetti (soprattutto nelle uscite) è stato sempre presente nelle gare ufficiali, divenendo un punto di riferimento tecnico e caratteriale.
Terminata anche l’esperienza di Vladimir Golemic, leader esperto della retroguardia, vicecapitano e ancora titolare nella partita che ha chiuso la stagione a Brescia. In quella semifinale di ritorno, davanti a Donnarumma, Cosmi schierò proprio Matino, Golemic e Anastasio.
È stato ceduto definitivamente al Lecco Matteo Arena, arrivato nel mercato invernale e diventato una delle alternative importanti del reparto arretrato. È tornato alla Cremonese per fine prestito Eddy Cabianca, impiegato da titolare nella fase playoff, ma con un rendimento fortemente condizionato dagli infortuni.
A centrocampo è partito Giuseppe Carriero, ceduto definitivamente al Perugia dopo essere arrivato a gennaio e aver contribuito alla seconda parte della stagione. Allo stesso Perugia è finito in prestito anche Ettore Quirini, giovane esterno che aveva garantito ulteriore soluzioni nel reparto (anche se con rendimenti a fasi alterne).
Juan Ignacio Molina, altro acquisto del gennaio scorso, è stato ceduto in prestito al Trento.
È terminato il rapporto con Roberto Inglese, giocatore condizionato pesantemente dai problemi fisici ma dal curriculum e dal peso specifico indiscutibili, tanto che Cosmi lo aveva rilanciato proprio nella partita decisiva di Brescia schierandolo accanto a Lescano.
Sono inoltre terminati i prestiti di Andrea Ferraris, Mirko Antonucci e Federico Brancolini. Ferraris, in particolare, era diventato un elemento funzionale al sistema di Cosmi e nelle partite decisive dei playoff aveva giocato alle spalle delle punte. Vedremo se qualcuno dei nuovi riuscirà a fare altrettanto.
Della vecchia formazione sono rimasti Anastasio, Matino, Villa, Longobardi, Capomaggio, Tascone, Achik, Ferrari e, attraverso le acquisizioni definitive, Lescano e Gyabuaa.
Ma la discontinuità è comunque evidente. Tanto più che ancora si parla di operazioni di mercato che potrebbero coinvolgere Lescano, Capomaggio e Gyabuaa (auspichiamo siano solo rumors).
La discontinuità rispetto all’anno scorso è soprattutto nella “colonna vertebrale”: portiere, leader difensivi, alternative del reparto arretrato, esperienza e parte della qualità offensiva.
DIFESA: LA LACUNA PIÙ EVIDENTE
E’ proprio qui che il mercato lascia oggi le perplessità maggiori.
Llano, Heinz e Zoia aumentano le possibilità sulle corsie. Ma il problema fondamentale della Salernitana è un altro: manca ancora un centrale difensivo di esperienza, personalità, struttura fisica e leadership, capace di prendere il posto lasciato da Golemic e di diventare immediatamente il riferimento del reparto. Capomaggio potrebbe essere un’idea: resta il fatto che le alternative sono poche. Un dato drammatico se si mettono in conto inevitabili infortuni e squalifiche.
Non è una sensazione esterna, questa. Lo stesso Serse Cosmi, concluso il ritiro, ha detto con estrema chiarezza che la squadra non deve essere semplicemente “completata”, ma rinforzata. Da grande mister di esperienza, ha pesato bene le parole: sulla carta la squadra potrebbe anche ritenersi completa (quasi) in tutti i reparti: ma le scommesse sono un tantino troppe, per coltivare grandi ambizioni. L’esperienza scarseggia in parti nevralgiche del campo.
Anche il direttore sportivo Daniele Faggiano ha riconosciuto pubblicamente che la rosa necessita ancora di interventi. La ricerca di un centrale esperto, con Marco Capuano tra i nomi trattati, conferma del resto la diagnosi: nelle prove estive Cosmi è stato costretto anche a soluzioni adattate e ha chiesto espressamente esperienza e fisicità per quel ruolo. Ma anche questo urgente acquisto (la stagione è ormai alle porte) è condizionato da preventive cessioni. Sarebbe bene colmare le (evidenti) prima che cominci il campionato, e non – come ormai accade sistematicamente per poi scaricare le colpe sull’allenatore – dopo aver perso i primi punti. Aspettando l’occasione dell’ultima ora o – peggio – il mercato di riparazione a gennaio, quando il campionato ha già intrapreso il suo corso.
Il problema esiste, ed è purtroppo grave e sintomatico.
PRIMA SI VENDE, POI SI COMPRA: UNA FILOSOFIA CHE NON CONVINCE
Ed eccoci al secondo punto.
Da troppo tempo intorno alla Salernitana sembra valere una regola non scritta ma tassativa: prima bisogna cedere, alleggerire, liberare un ingaggio, creare spazio; soltanto dopo si può acquistare.
È una filosofia comprensibile per una società che deve rispettare equilibri economici.
Molto meno per una società che parte con l’obiettivo dichiarato di vincere un campionato.
Già a giugno il mercato veniva descritto come legato alla necessità di liberare risorse attraverso alcune cessioni, con particolare riferimento ai contratti più onerosi. Ad agosto, la doppia uscita Carriero-Quirini è stata a sua volta letta come operazione utile a liberare risorse per gli ultimi innesti.
Il risultato è una squadra che arriva all’esordio ufficiale ancora in costruzione. E questo è il vero paradosso.
Si poteva partire da una rosa che aveva appena raggiunto una semifinale playoff, conservarne l’ossatura, aggiungere tre o quattro titolari nettamente superiori e presentarsi ai nastri di partenza con un messaggio chiarissimo alle concorrenti.
Si è preferito invece smontare una parte importante di quella struttura per ricominciare un’altra volta (quasi) da capo.
Iervolino è un imprenditore forte che, se vuole può investire. In A lo ha dimostrato, al di là di alcune scelte opinabili. Se oggi ha deciso di tirare la cinghia, motivi ci saranno. Ma sicuramente extra-calcistici.
MA DIETRO IL MERCATO C’È UN PROBLEMA ANCORA PIÙ GRANDE: LO STADIO
Sarebbe però troppo semplice attribuire ogni responsabilità soltanto alla società.
La Salernitana vive in una città che, dal punto di vista infrastrutturale, non riesce a garantirle certezze adeguate a un progetto sportivo ambizioso. Lo stadio è ormai diventato una questione strategica, non semplicemente edilizia.
Il cronoprogramma comunicato dalla Regione a luglio prevedeva l’avvio della riqualificazione del campo Volpe nell’autunno 2026, il completamento entro il 31 luglio 2027 e, successivamente, l’utilizzo dell’impianto da parte della Salernitana durante i lavori dell’Arechi. Per lo stadio di via Allende era stato indicato un cantiere dal 1° settembre 2027 al 31 luglio 2029. Basta guardare il calendario e lo status quo dei due impianti per rendersi conto che si è già accumulato un forte ritardo.
L’investimento complessivo annunciato per l’Arechi era nell’ordine dei 144 milioni di euro. Che si potevano risparmiare sposando il progetto di Iervolino. Si sa, in questa città alzare la testa non conviene.
Eppure, col degrado che regna nei quartieri, quei 144 milioni avrebbero consentito il rifacimento di tanti micro impianti da affidare alle scuole calcio, per avvicinare i giovani, la risorsa del futuro.
Il Comune di Salerno, il 7 agosto, ha comunicato che alcuni interventi sulla Curva Nord sono già iniziati e che i lavori dovrebbero entrare a pieno regime da settembre. Non possiamo che prenderne atto e sperare.
Ma 31 luglio 2029 è, nella migliore delle ipotesi, una data di cronoprogramma. Non certo una certezza scolpita nel marmo. A due passi dall’Arechi c’è un rudere che avrebbe dovuto essere il Palazzetto dello Sport che parla da solo.
Basta conoscere la storia delle grandi opere pubbliche italiane per comprendere quanto sia legittimo chiedersi se quei tempi saranno realmente rispettati.
La prospettiva, dunque, è questa: dalla stagione 2027-28 la Salernitana potrebbe essere costretta a trasferirsi temporaneamente al Volpe mentre l’Arechi dovrebbe trasformarsi in un cantiere per anni.
Tutto questo non può non incidere sulle strategie societarie, già fortemente condizionate da una Curva Nord vergognosamente chiusa da anni (con pesante incidenza sugli incassi).
Uno stadio significa spettatori, incassi, hospitality, sponsor, aree commerciali, immagine, programmazione.
Uno stadio incerto significa ricavi incerti. E ricavi incerti significano inevitabilmente prudenza negli investimenti.
Qui società e pubblica amministrazione diventano due facce dello stesso problema.
ALLORA SERVE CORAGGIO: ANCHE QUELLO DI ANDARSENE
Ma proprio per questo alla proprietà chiediamo un salto di qualità. Coraggio.
Non si può continuare all’infinito ad adattare il progetto Salernitana ai limiti strutturali della città o alla protervia di qualcuno.
Se Salerno non è in grado di garantire nel medio-lungo periodo uno stadio moderno, efficiente, redditizio e all’altezza delle ambizioni della propria tifoseria, allora bisogna avere il coraggio di valutare ciò che fino a ieri sarebbe sembrato impensabile: costruirne uno nuovo altrove.
Nell’area metropolitana, in provincia, dove esistano gli spazi e le condizioni urbanistiche necessarie.
Un impianto interamente nuovo, progettato intorno al calcio e non adattato dopo decenni, con 25-30 mila posti realmente fruibili, senza pista, con tribune vicine al campo, parcheggi, attività commerciali, hospitality, museo, store, ristorazione e strutture utilizzabili sette giorni su sette.
Non possiamo affermare senza un vero studio di fattibilità che costerebbe certamente meno del restyling dell’Arechi. Ma davanti a un investimento pubblico annunciato nell’ordine dei 144 milioni di euro, chiedersi se con una cifra analoga – o perfino inferiore – sia possibile costruire ex novo uno stadio moderno non è eresia.
È una domanda che andrebbe posta seriamente, numeri alla mano. La Salernitana non può continuare a pensare soltanto alla prossima sessione di mercato.
Deve decidere che società vuole essere tra dieci anni.
Perché una grande squadra nasce dai calciatori. Ma una grande società nasce dalle infrastrutture, dai ricavi, dalla programmazione e dalla capacità di avere una casa adeguata alla propria storia.
Salerno, con il patrimonio enorme rappresentato dalla sua tifoseria, non può essere condannata ad un eterno ridimensionamento.
Il mercato chiuderà. Qualche difensore arriverà. Probabilmente arriveranno anche altri centrocampisti e attaccanti. Ma il problema di fondo rimarrà.
Non possiamo ogni estate vendere prima di comprare, ridimensionare prima di rilanciare, aspettare prima di investire.
La Salernitana deve scegliere se limitarsi a sopravvivere alle condizioni che trova oppure provare finalmente a cambiarle.
Questa città ha già dimostrato cosa può diventare quando ricomincia a sognare.
Ora tocca alla società decidere se quei sogni vuole semplicemente amministrarli.
O tornare ad alimentarli.
Crediti fotografici: U.S. Salernitana 1919 – Sezione Media
