La crisi dei quotidiani non dipende soltanto da Internet ma anche dall’incapacità di rinnovare protagonisti, linguaggi e domande

Nell’edizione del 13 settembre 2026, Il Mattino affida a Romano Prodi un editoriale intitolato “Europa, la risposta che manca all’AfD”. L’argomento è serio: la vittoria dell’estrema destra nelle elezioni regionali della Sassonia-Anhalt, la crisi dei partiti democratici europei e l’inadeguatezza delle istituzioni dell’Unione di fronte alla crescita dei movimenti nazionalisti.

La diagnosi di Prodi è nota. L’Europa sarebbe troppo debole, divisa, paralizzata dal diritto di veto e incapace di esercitare una vera leadership politica. È un’analisi che contiene elementi condivisibili e che prende le mosse da un fatto di indubbia rilevanza: nelle elezioni del 6 settembre 2026, Alternative für Deutschland ha ottenuto una vittoria senza precedenti nel Land.

Ma, oltre il merito dell’editoriale, rimane una domanda che riguarda direttamente i giornali: perché, davanti a un sommovimento politico che ha protagonisti, linguaggi e canali completamente nuovi, la risposta editoriale continua a essere cercata quasi automaticamente nelle personalità che occupavano il centro della scena pubblica trent’anni fa?

La questione non è anagrafica. Nessuno dovrebbe essere escluso dal dibattito per la propria età. È, invece, una questione di ricambio generazionale, culturale, di autorevolezza verificata e di responsabilità storica. Un grande quotidiano può e deve ospitare l’esperienza, ma non può trasformare l’esperienza in una rendita permanente né confondere la notorietà accumulata (e su questo è meglio soprassedere) con l’originalità del pensiero.

Romano Prodi non è un osservatore esterno della storia economica e istituzionale italiana. È stato presidente dell’IRI all’epoca di un smembramento, presidente del Consiglio per due volte e presidente della Commissione europea. Ha occupato posizioni dalle quali non si commentano semplicemente i processi: si concorre a determinarli. È quindi legittimo ascoltarne l’analisi, ma è altrettanto legittimo chiedergli conto delle scelte compiute e dei risultati prodotti dal sistema politico, amministrativo ed economico del quale è stato uno dei maggiori protagonisti.

Val la pena ricostruire brevemente la sua storia ai vertici dell’IRI che ancora oggi viene spesso raccontata attraverso due rappresentazioni opposte.

Quando Prodi arrivò all’IRI nel 1982 trovò una holding soffocata dai debiti, dagli interessi e dalle perdite della siderurgia. In un’audizione parlamentare del 1984 riferì che il gruppo aveva chiuso il 1983 con una perdita superiore a 3.100 miliardi di lire e quasi 5.800 miliardi di oneri finanziari. La situazione era grave e in larga parte ereditata.

Durante il suo mandato furono cedute numerose aziende, ridotti gli organici e riorganizzati interi comparti. L’operazione più famosa fu la vendita dell’Alfa Romeo alla Fiat nel 1986, preferita alla Ford. Una scelta che liberò l’IRI da una società in perdita, ma che consegnò sostanzialmente a un unico gruppo privato la grande industria automobilistica nazionale. Un risultato che può essere definito razionale dal punto di vista finanziario, molto meno rassicurante sotto il profilo della concorrenza e della politica industriale. Nel 1988 la sezione industriale dell’IRI tornò all’utile corrente dopo quindici anni. È il dato sul quale si fonda la reputazione di Prodi come risanatore. Ma la relazione presentata in Parlamento precisava che quel risultato non comprendeva circa 3.011 miliardi di lire di componenti straordinarie legate alla siderurgia. Inoltre, per il programma 1988-1991 erano ancora previsti 11.500 miliardi di apporti dell’azionista pubblico, cioè dello Stato. Una omissione – indubbiamente volontaria – di non poco conto.

Il risanamento, dunque, ci fu, ma fu parziale e costosissimo per la comunità. Migliorarono le attività operative, mentre debiti, perdite pregresse, chiusure e ricapitalizzazioni restarono sulle spalle dello Stato. Ha inaugurato lui una prassi che si è poi ripetuta in tante altre circostanze con altre privatizzazioni (vedi Alitalia): risanamento con denaro pubblico delle imprese, separazione dellle passività dagli asset appetibili, e infine (s)vendita di questi ultimi sul mercato.

La storia di Prodi passa anche per un’altra vendita controversa; il tentativo di vendere la SME alla Buitoni di Carlo De Benedetti, nel 1985. L’accordo preliminare venne bloccato dal Governo Craxi e diede origine a uno scontro durissimo sulla congruità del prezzo e sui poteri del presidente dell’IRI. Ancora più pesante fu l’eredità siderurgica. Nel 1988 Finsider venne posta in liquidazione con un indebitamento di circa 10.500 miliardi di lire. La nascita della nuova Ilva richiese aiuti pubblici, garanzie, chiusure di impianti e una drastica riduzione della capacità produttiva, sotto il controllo della Commissione europea. Prodi affrontò una crisi che certamente veniva da lontano, ma il prezzo economico, industriale e occupazionale dell’operazione fu ache in questo caso enorme.

Prodi è un “manager” sempre nominato dalla politica. Ha amministrato una delle maggiori concentrazioni di potere economico del Paese e partecipò alle decisioni che modificarono irreversibilmente il capitalismo italiano. Ottenne risultati attraverso cessioni, riduzioni occupazionali e ingenti risorse pubbliche. Privatizzò aziende importanti senza che alla vendita corrispondesse sempre la costruzione di una politica industriale alternativa.

Ma il punto non è costruire un processo retroattivo contro un solo uomo. È impedire che chi esercitò quel potere possa oggi raccontarne soltanto i successi, dimenticandone costi ed effetti. La competenza (comunque dubbia, visti i risultati) merita (forse) rispetto; la memoria selettiva, molto meno.

Perché la memoria storica non si ferma qui. La Banca d’Italia rileva che il rallentamento della produttività italiana è diventato particolarmente pronunciato proprio a partire dagli anni Novanta. Un’altra ricostruzione della stessa istituzione osserva che la crescita della produttività totale dei fattori si è sostanzialmente arrestata dalla fine di quel decennio. Non si tratta, dunque, di una sensazione populista: è una frattura economica documentata, maturata durante la lunga stagione nella quale l’attuale classe dei commentatori autorevoli esercitava responsabilità di governo, direzione o influenza.

Anche il presente rimane fragile. Nel 2025 il prodotto interno lordo italiano è cresciuto in termini reali soltanto dello 0,5 per cento, dopo lo 0,8 del 2024, secondo la Relazione annuale della Banca d’Italia. Alla fine del primo trimestre 2026, il debito pubblico italiano era pari al 138,9 per cento del PIL, il secondo rapporto più elevato dell’Unione dopo quello greco, secondo Eurostat.

Sono dati che non consentono facili processi personali, ma impediscono anche le assoluzioni collettive. Chi ha guidato governi, grandi enti pubblici, partiti e istituzioni europee non ha il diritto a un’autorevolezza crollata alla verifica dei risultati. Il problema nasce quando i giornali gli concedono il pulpito senza pretendere un rendiconto e senza affiancargli le generazioni che oggi pagano il prezzo delle decisioni assunte ieri.

Emblematica è la frase sull’euro secondo la quale, con la moneta unica, gli italiani avrebbero lavorato un giorno in meno guadagnando come se avessero lavorato un giorno in più. È un’altra formula attribuita da anni al super manager-superpolitico Prodi.

Il punto politico, tuttavia, rimane anche prescindendo da quella frase: negli anni dell’ingresso nell’euro, una parte consistente della classe dirigente descrisse l’integrazione monetaria come un passaggio dal quale sarebbero derivati benefici quasi automatici. L’euro ha invece offerto opportunità e vincoli che la politica nazionale avrebbe dovuto governare attraverso produttività, innovazione, concorrenza, istruzione e qualità delle istituzioni. Molte di quelle riforme sono rimaste parziali o incompiute. Trasformare oggi chi partecipò a quella stagione in un’autorità priva di contraddittorio significa cancellare la distanza tra le promesse politiche e la vita materiale delle persone.

È qui che la crisi dei giornali incontra la crisi generazionale.

I giovani non hanno smesso di interessarsi al mondo. Hanno smesso, in larga parte, di riconoscere nei quotidiani il luogo nel quale il mondo viene raccontato con i loro occhi, le loro priorità e il loro linguaggio. L’AGCOM rileva che Internet è diventato il primo mezzo di informazione degli italiani e che poco più del 17 per cento della popolazione dichiara di leggere i quotidiani. Soltanto il 6,6 per cento paga un abbonamento a uno o più giornali digitali.

L’ISTAT ha ricostruito una trasformazione ancora più impressionante: nella prima metà degli anni Duemila leggeva un quotidiano almeno una volta alla settimana quasi il 60 per cento della popolazione; nel 2023 la quota era scesa poco sopra il 25 per cento, con una perdita prossima ai venti milioni di lettori in circa quindici anni.

Non è soltanto l’effetto dello smartphone. È anche la conseguenza di una selezione editoriale che continua a offrire le prime pagine, gli editoriali e gli spazi più prestigiosi a un circuito chiuso di ex presidenti, ex ministri, dirigenti di lungo corso e commentatori strutturali. Figure che parlano spesso tra loro, citano categorie maturate nel Novecento e spiegano ai giovani un presente che non vivono nelle medesime condizioni.

I giovani affrontano salari d’ingresso modesti, precarietà, abitazioni inaccessibili, mobilità forzata, transizioni professionali continue e pensioni sempre più lontane. Eppure, quando aprono un quotidiano, trovano frequentemente a interpretare questi problemi persone che hanno costruito la propria posizione in un sistema di selezione politica e istituzionale non sempre fondato sulla competenza, spesso impermeabile al ricambio e quasi mai disposto a lasciare davvero spazio.

È questo il paradosso: i giornali denunciano la disaffezione giovanile, ma continuano a organizzare l’autorevolezza secondo una gerarchia che esclude i giovani. Chiedono alle nuove generazioni di comprare il giornale, ma raramente affidano loro la prima pagina. Invocano innovazione, ma ripropongono firme, rituali e formule editoriali che appartengono a un mondo scomparso.

Il calo delle vendite conferma la profondità della crisi. Secondo l’AGCOM, nel 2024 i quotidiani hanno venduto complessivamente circa 572 milioni di copie, con una diminuzione del 5,5 per cento in un solo anno e del 20,2 per cento rispetto al 2020. Anche le copie digitali risultano generalmente in flessione, con la significativa eccezione dell’informazione locale.

Questo dato suggerisce una strada. I lettori non cercano necessariamente meno informazione: cercano informazione più vicina, riconoscibile, utile e responsabile. Vogliono sapere come una decisione inciderà sul lavoro, sull’affitto, sulla scuola, sui trasporti, sulla sanità e sulla possibilità di costruire una famiglia. Vogliono inchieste, dati, spiegazioni, conflitti reali e soluzioni verificabili. Non l’ennesima omelia di chi ha già avuto decenni per incidere e non l’ha saputo o voluto fare.

Rinnovare i giornali non significa espellere gli anziani e sostituirli meccanicamente con firme giovani. Anche questa sarebbe una forma di superficialità. Significa interrompere il privilegio automatico della notorietà, aprire le redazioni, pagare dignitosamente i giornalisti emergenti, affidare responsabilità reali agli under 35, coinvolgere ricercatori, lavoratori, imprenditori, insegnanti e amministratori che conoscano direttamente i problemi, e sottoporre ogni voce — celebre o sconosciuta — allo stesso standard di prova e responsabilità.

Significa, soprattutto, smettere di trattare i giovani come un mercato da recuperare e cominciare a considerarli produttori di conoscenza, protagonisti politici e titolari del futuro.

Prodi può continuare a intervenire sull’Europa. Ma un giornale che voglia sopravvivere dovrebbe domandarsi perché la sua interpretazione debba occupare ancora una volta il centro della scena e quali voci rimangano, di conseguenza, fuori dalla pagina. Il problema non è il diritto di parola di un ex presidente del Consiglio. È il monopolio simbolico esercitato da una classe dirigente che non conosce il momento del congedo.

Una stampa capace di futuro dovrebbe praticare ciò che la politica ha quasi sempre rinviato: il ricambio. Dovrebbe aprire le porte a chi non dispone di carriere da celebrare, ma possiede competenze, esperienza concreta e qualcosa di nuovo da raccontare.

Spazio ai giovani, dunque. Ma davvero: non in una rubrica laterale, non in un convegno ornamentale, non come quota d’immagine. Nelle prime pagine, negli editoriali, nelle direzioni e nei luoghi dove si decide che cosa meriti di diventare notizia.

Per chi ha occupato la scena pubblica per decenni, il diritto al rispetto non può trasformarsi nel diritto perpetuo al pulpito. A volte la scelta più responsabile non è spiegare ancora una volta il futuro: è lasciare finalmente che a raccontarlo sia chi dovrà viverlo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *