C’è sempre una spiegazione: un contratto pesante, un ingaggio elevato, un calciatore da piazzare. Un equilibrio di bilancio da rispettare. Un’uscita necessaria per consentire un’entrata.

Cambiano i nomi, ma la musica alla Salernitana è sempre la stessa.

L’ultimo giorno di mercato restituisce ancora una volta l’immagine di una società costretta a guardare prima la calcolatrice e soltanto dopo (forse) il campo. Il caso Matino, almeno apparentemente, ha una sua spiegazione. Dopo quanto accaduto a Foggia e il diverbio con il direttore sportivo Daniele Faggiano, il difensore è stato dichiarato fuori dal progetto e messo sul mercato.

Una scelta drastica sulla quale si potrà discutere, ma che almeno nasce da un fatto preciso.

Il problema è un altro. Matino, a poche ore dalla chiusura del mercato, non sembra affatto semplice da piazzare. E infatti il suo nome viene proposto a destra e a manca, mentre le possibili soluzioni appaiono tutt’altro che definite.

E allora ecco comparire un’altra uscita. Rocco Di Vico rinnova fino al 2029 e parte in prestito per Campobasso.

Formalmente un’operazione che può essere raccontata come funzionale alla crescita di un ragazzo del 2007. E proprio il rinnovo dimostra che la Salernitana non intende rinunciare al patrimonio rappresentato dal giovane centrocampista.

Ma resta una fondamentale domanda di fondo. Perché proprio adesso?

Perché in una squadra che continua a mostrare lacune evidenti si rinuncia, sia pure temporaneamente, a un calciatore utilizzabile?

Il sospetto – ed è una lettura politica e gestionale, non un fatto ufficialmente dichiarato dalla società – è che ancora una volta si sia dovuto liberare spazio economico e numerico prima di poter intervenire in entrata. Del resto il concetto espresso dallo stesso Faggiano è stato chiarissimo: le entrate dipendono dal budget e dalla lista.

Eccoci al punto.

Prima vendere, poi comprare: il dogma che ha divorato la Salernitana

È il film che a Salerno vediamo ormai da troppo tempo, e che ci ha portato dalla A alla C. Prima bisogna cedere, alleggerire gli ingaggi, risparmiare.

Poi, eventualmente – sempre risparmiando – si può acquistare. Zuppel è sfumato più per i rumori della piazza che per altri fattori.

Una filosofia che potrebbe persino avere una sua dignità gestionale se stessimo parlando di una società reduce da anni di crescita, risultati e consolidamento. Ma stiamo parlando della Salernitana, di una società che, appunto, nel giro di tre campionati è precipitata dalla Serie A alla Serie C. In modo ignominioso, peraltro

A questo punto sarebbe forse opportuno smetterla di giudicare questa gestione attraverso le intenzioni e cominciare a giudicarla attraverso i risultati. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

La Salernitana ha progressivamente perduto il patrimonio più importante che possiede una società di calcio, che non il bilancio (che pure ha una sua importanza, sia ben chiaro), non è il “paracadute”, non è il valore contabile dei cartellini.

E’ la squadra.

Il patrimonio distrutto è la squadra

Oggi la Salernitana appare mortificante nella sua incompiutezza. Una squadra lacunosa, costruita ancora una volta tra partenze, attese, occasioni di mercato e conti da far quadrare. Ma soprattutto una squadra nella quale, almeno in questo avvio, si fatica tremendamente a riconoscere un’identità.

Poche intese. Automatismi ancora fragili. Una manovra che troppo spesso sembra affidata all’iniziativa individuale. Reparti che devono ancora imparare a parlarsi.

Sarebbe ingeneroso scaricare tutto questo su Serse Cosmi, che ha ricevuto una squadra che avrebbe avuto bisogno di lavorare insieme, con continuità, per costruire proprio ciò che oggi manca: conoscenza reciproca, sincronismi, movimenti, alternative tattiche.

Invece abbiamo assistito persino alla singolare organizzazione di due ritiri, con una preparazione di calciatori in partenza.

A cosa siano serviti davvero due ritiri organizzati in quel modo resta difficile comprenderlo. Forse erano più funzionali alla logistica societaria (quale?) che alla costruzione della squadra.

Se l’obiettivo era creare amalgama, almeno per ciò che il campo ha mostrato finora, il risultato non sembra esattamente straordinario. E non c’è da sorprendersi: buona parte dei calciatori schierati non ha vissuto nessuno dei due ritiri.

Il problema non è più il mercato. È Iervolino

E allora bisogna avere il coraggio di pronunciare la parola che da troppo tempo aleggia intorno alla Salernitana. Proprietà.

Il problema non può essere ogni anno il direttore sportivo, non può essere ogni anno l’allenatore, non possono essere i calciatori inadeguati. Sono cambiati dirigenti, tecnici, uomini e strategie. Una cosa è rimasta.

Danilo Iervolino.

Sotto questa proprietà la Salernitana ha conosciuto prima il punto più alto della sua storia recente ma anche una caduta verticale che l’ha trascinata dalla Serie A alla Serie C in modo doloroso e vergognoso.

Non è più sufficiente amministrare. Bisogna costruire. Una società di calcio non è un foglio Excel.

È programmazione sportiva, settore giovanile, scouting, strutture, patrimonio tecnico, organizzazione, identità e rapporto con il territorio.

Soprattutto è una squadra. E quando per anni il principio dominante diventa quello di subordinare sistematicamente il rafforzamento tecnico alla preventiva riduzione dei costi, prima o poi il conto arriva.

A Salerno è già arrivato. Ed è stato salatissimo.

Salerno deve trovare la forza di riprendersi la Salernitana

Per questo credo sia arrivato il momento di rivolgere un appello alla città.

Agli imprenditori salernitani. A quelli veri.

A chi ha costruito aziende, creato lavoro, investito, rischiato capitali propri e dimostrato di saper fare impresa.

Fatevi avanti. Studiate una cordata. Costruite un progetto. Coinvolgete altri capitali. Aprite, se necessario, anche a forme serie e regolamentate di azionariato popolare, affinché una parte della città possa partecipare a un progetto nuovo.

E magari si facciano avanti anche alcuni di quei protagonisti di un certo sistema economico cittadino che per decenni hanno saputo beneficiare delle opportunità offerte dal territorio: sarebbe finalmente l’occasione per restituire qualcosa alla comunità.

La Salernitana ha bisogno di essere liberata da questa lenta agonia. Iervolino vuole andar via, gli si dia il benservito.

Altro che contestazioni di cui pare si sia pure risentito: apprezzi una tifoseria che, per quello che sta dando e facendo, se non fosse tra le più civili d’Italia avrebbe agito in ben altro modo (si veda Bari, tanto per dare un’idea).

Basta con il feticcio degli Europei: Salerno ha bisogno di uno stadio per la Salernitana

Un appello va rivolto anche alle istituzioni: bisogna avere il coraggio di cambiare mentalità. Capire mche mettersi contro i vertici della Salernitana è mettersi contro la Salernitana e la sua tifoseria.

Ben vengano gli Europei se rappresentano un’opportunità. Ma lo stadio di Salerno deve servire innanzitutto alla Salernitana e ai salernitani, non essere pensato soltanto in funzione di qualche partita internazionale da ospitare fra qualche anno.

Serve uno stadio dignitoso, moderno, funzionale, capace di produrre ricavi sette giorni su sette. Servono aree commerciali, ristorazione, servizi, spazi per famiglie, museo, merchandising, hospitality e tutte quelle attività che nel calcio contemporaneo trasformano un impianto da costo a patrimonio.

E serve finalmente un centro sportivo degno di una società professionistica, dove prima squadra e settore giovanile possano allenarsi e crescere.

Se per raggiungere questi obiettivi occorre aprire seriamente agli investimenti privati, lo si faccia. Perché se si fosse lasciato campo libero a Iervolino, non nascondiamocelo: l’Arechi sarebbe già un cantiere, e non da oggi. Invece dobbiamo impelagarci in un pastrocchio burocratico che non si sa se e quando avrà fine.

Certo, con regole trasparenti, procedure pubbliche e tutela dell’interesse collettivo. Ma si apra agli investimenti privati perché l’Arechi è la Salernitana, Senza sarebbe un campo di patate o forse un’area concerti.

Mentre continuiamo a discutere del contenitore, stiamo perdendo il contenuto: la Salernitana.

Prima che non resti più nulla

Questa città ha dimostrato (ed ancora sta dimostrando, nonostante tutto) infinite volte quanto sia capace di amare la propria squadra. Adesso dovrebbe dimostrare di essere capace anche di difenderla. La Serie C avrebbe dovuto rappresentare il punto dal quale ricostruire, non l’ennesimo campionato nel quale aspettare l’ultima giornata di mercato per capire chi bisogna vendere prima di poter comprare qualcun altro.

Non possiamo continuare così. Dopo la Serie A abbiamo perso la Serie B, umiliano da piani di rilancio annunciati e sistematicamente smentiti dai fatti.

Abbiamo perso valore tecnico, abbiamo perso entusiasmo. Stiamo perdendo finanche la dignità, sbarazzati da squadrette che la Salernitana manco dovrebbe affrontare in amichevole.

E rischiamo soprattutto di perdere la convinzione che questa società abbia ancora un futuro.

Iervolino trovi qualcuno disposto a rilevare la Salernitana e abbia il coraggio di passare la mano.

E Salerno faccia tutto ciò che è possibile – nel rispetto delle regole e delle prerogative di una proprietà privata – per favorire la nascita di un’alternativa credibile.

Imprenditori, professionisti, tifosi, istituzioni: qualcuno cominci a costruire un progetto. Anche dal basso, anche partendo da un’azionariato popolare che garantisca da subito a Iervolino quel che vuole recuperare prima di andar via. Anche mettendo insieme soggetti che, singolarmente, non potrebbero sostenere l’investimento.

Ma qualcuno si faccia avanti prima che sia troppo tardi.

Perché ormai la questione non è più stabilire quale calciatore arriverà dopo la partenza di Di Vico o chi sostituirà Matino. La domanda è molto più grande. Chi salverà la Salernitana prima che di Salernitana resti soltanto il nome?

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