Nel caso di Luca Esposito si è scavato fin dentro gli angoli più intimi dell’esistenza della vittima, talvolta oltre ciò che obiettivamente appariva necessario alla comprensione dell’omicidio. Per Carmine Pecoraro, invece, ci siamo fermati al cordoglio. Senza interrogarci abbastanza su un sistema dell’informazione fatto anche di precarietà, compensi umilianti, carriere non sempre costruite sul merito e collaboratori rimasti per anni nell’ombra mentre altri raccoglievano (immeritatamente) i frutti del loro lavoro.

C’è qualcosa che non torna nel modo in cui il mondo dell’informazione salernitana (e non solo…) ha raccontato, a pochi giorni di distanza, due morti che lo hanno colpito direttamente.

Due giornalisti. Due tragedie diversissime, che sarebbe improprio e ingiusto sovrapporre. Ma anche due modi radicalmente differenti di esercitare quel diritto-dovere che chiamiamo informazione.

Per Luigi “Luca” Esposito, vittima di un omicidio efferato, si è scavato a fondo. Molto a fondo. Forse (anzi sicuramente) fin troppo. E soprattutto, in qualche caso, dove non era necessario scavare.

Per Carmine Pecoraro, morto ad appena 62 anni, si è fatto invece quasi esclusivamente ciò che era doveroso fare nell’immediatezza: ricordarlo, raccontarne la passione professionale, manifestare dolore, rispetto, affetto.

Ma poi? Poi quasi più nulla.

Eppure, è proprio questo silenzio che dovrebbe interrogarci e indignarci.

Quando la cronaca diventa anatomia della vittima

Sull’omicidio di Luca Esposito l’indagine giudiziaria ha legittimamente cercato nella sfera personale della vittima elementi utili a ricostruire il movente. È il lavoro degli investigatori ed è stato svolto, visti i risultati, in maniera egregia. Le notizie realmente rilevanti per comprendere un delitto appartengono, altrettanto legittimamente, al diritto di cronaca.

Ma una cosa è raccontare ciò che serve a comprendere un fatto. Altra cosa è trasformare la vita della vittima in un secondo fascicolo d’indagine, questa volta mediatico.

Nei giorni successivi all’omicidio sono entrati nel racconto pubblico aspetti relativi alle frequentazioni, alla condizione di single, alle abitazioni, al lavoro dichiarato, alle lauree, alla residenza, ai rapporti personali e a quella che è stata persino descritta come una possibile “doppia vita”.

Alcuni di questi elementi possono aver avuto un’utilità investigativa. Non necessariamente tutti possedevano, però, la medesima utilità giornalistica.

La distinzione è fondamentale.

La domanda riguarda noi giornalisti prima ancora dei lettori: dov’è il confine tra ciò che il pubblico ha diritto di conoscere e ciò che semplicemente il pubblico è curioso di conoscere?

Non sono la stessa cosa. Il diritto di cronaca non coincide con il diritto alla curiosità e meno ancora con una curiosità pruriginosa alimentata intorno a chi, essendo morto, non può più spiegare, precisare, contestare.

E poi muore Carmine

A pochissimi giorni di distanza muore Carmine Pecoraro. Sessantadue anni.

Un collega che per decenni aveva vissuto il giornalismo dal basso, quello vero: redazioni, telefonate, chilometri, conferenze stampa, attese, notizie inseguite, pezzi scritti, rapporti costruiti sul territorio.

Redazioni di testate locali letteralmente gestite dalla sua professionalità, ma anche dal suo morboso – questo sì, buono ed encomiabile – attaccamento alla professione.

Su Carmine, correttamente, nessuna morbosità sulle cause del decesso. Giustissimo così: esistono limiti che la dignità della persona, il dolore della famiglia e la deontologia impongono e che sono assolutamente inderogabili. Appartengono a una sfera che non deve essere violata quando non esista un interesse pubblico concreto e prevalente.

Ma rispettare quella sfera non significa rinunciare a porre un’altra domanda. Una domanda infinitamente più scomoda: in quali condizioni vivono e lavorano oggi tanti giornalisti salernitani?

E ancora più scomodamente: quanto può pesare sulla vita di una persona trascorrere decenni facendo un mestiere, senza che quel mestiere riesca sempre a garantirle sicurezza, stabilità, riconoscimento e futuro?

Sarebbe scorretto trasformare questa domanda in una diagnosi postuma. Non sappiamo – almeno ufficialmente – e non potremo mai affermare che la precarietà professionale abbia in qualunque modo condizionato la morte di Carmine Pecoraro.

Ma sarebbe altrettanto comodo utilizzare questa necessaria prudenza per evitare completamente la questione. Perché il problema esiste indipendentemente dalla possibilità di stabilire un rapporto causale con questa singola tragedia.

Ed esiste da decenni.

Il giornalismo che racconta tutte le precarietà tranne la propria.

È questo il paradosso.

Raccontiamo gli operai sottopagati. Raccontiamo i rider. Raccontiamo i precari della scuola, della sanità, dell’università. Raccontiamo i giovani costretti a emigrare, i contratti pirata, il lavoro povero, gli stipendi che non consentono di costruire una famiglia.

Poi chiudiamo il giornale, spegniamo il computer e torniamo nelle nostre redazioni dove troppo spesso quella stessa precarietà ha semplicemente cambiato nome.

Si chiama “collaborazione”. Si chiama sfruttamento fatturato con partita IVA.

Si chiama pezzo pagato pochi euro o non pagato affatto.

Si chiama falsa autonomia.

Si chiama disponibilità permanente.

Si chiama lavoro senza orario e spesso senza garanzie.

Si chiama curriculum lungo trent’anni che non necessariamente diventa stabilità. O lungo più di quarant’anni, come nel caso di Carmine, che d’improvviso si dissolve nel nulla, quasi non fosse mai esistito.

Soprattutto si chiama futuro che, anno dopo anno, continua a non arrivare.

Ma raccontare questa realtà significa avere il coraggio di affrontare anche un’altra verità, ancora più scomoda: il sistema non è fatto soltanto di editori, contratti e norme. Il sistema siamo diventati, in qualche misura, anche noi giornalisti.

Quelli dentro e quelli fuori dalle redazioni.

Per decenni molte redazioni hanno vissuto grazie a una linea di confine tanto invisibile quanto ferrea.

Da una parte chi era “dentro”. Dall’altra chi rimaneva “fuori”.

Da una parte stipendi, contributi, ferie, malattie, tredicesime, anzianità, prospettive previdenziali.

Dall’altra collaborazioni, rimborsi zero, compensi risibili a pezzo, telefonate all’ultimo momento, benzina pagata di tasca propria, disponibilità richiesta praticamente piena e incondizionata, anche di domenica e nei festivi (perché giustamente chi era “dentro” doveva riposare) e diritti riconosciuti praticamente mai.

Naturalmente non si può generalizzare. Ci sono stati e ci sono giornalisti contrattualizzati di straordinario valore, arrivati dove sono arrivati esclusivamente per capacità, sacrificio e professionalità.

Ma fingere che sia sempre andata così significherebbe raccontarci una favola.

Dentro quel sistema sono cresciute anche carriere che non sempre hanno seguito la stessa graduatoria del merito. Mentre qualcuno conquistava una scrivania, altri continuavano a consumare scarpe.

Mentre qualcuno firmava, altri procuravano notizie. Mentre qualcuno consolidava la propria posizione, altri garantivano quella presenza capillare sul territorio senza la quale molte redazioni semplicemente non avrebbero potuto funzionare. Avrebbero chiuso i battenti.

È accaduto che il collaboratore esterno diventasse, di fatto, gli occhi e le orecchie di chi stava dentro: trovava la notizia, verificava, telefonava, correva sul posto, costruiva contatti, coltivava fonti.

Poi il sistema trasformava quel lavoro in prodotto editoriale.

Non sempre chi aveva seminato era anche colui che raccoglieva.

Questa storia del giornalismo italiano meriterebbe finalmente di essere raccontata.

La precarietà degli uni ha alimentato la stabilità degli altri.

È forse questa la frase più difficile da pronunciare, ma va pronunciata.

Una parte del giornalismo stabile ha potuto funzionare per anni – e ancora funziona – anche grazie all’esistenza di un enorme giornalismo precario. Accade ancora oggi.

Un esercito periferico di collaboratori indispensabili quando serve una notizia e invisibili quando si tratta di distribuire diritti, riconoscimenti e opportunità.

Non tutti coloro che stavano “dentro” hanno creato questo sistema. Ma non tutti possono neppure dichiararsene estranei.

Perché esiste una responsabilità che non deriva dall’aver scritto una norma o firmato un contratto. Esiste anche la responsabilità di chi trae vantaggio da un meccanismo, lo utilizza, vi costruisce dentro il proprio percorso professionale e, una volta raggiunta la sicurezza, dimentica chi continua a stare dall’altra parte della porta.

È una responsabilità morale e professionale prima ancora che giuridica. E riguarda un mondo nel quale troppo spesso la solidarietà verso il precariato viene proclamata in riunioni e convegni, e dimenticata nelle redazioni.

Non indagare Carmine. Indagare noi stessi

Questa sarebbe stata l’inchiesta da fare. Non sulla vita privata di Carmine. Sulla nostra vita professionale.

Chiederci quanti giornalisti della provincia di Salerno lavorino oggi con un contratto giornalistico stabile. Quanti vivano esclusivamente di giornalismo. Quanto venga mediamente pagato un articolo.

Quanti collaboratori ricevano compensi incompatibili con qualsiasi idea seria di dignità professionale.

Quanti abbiano una prospettiva previdenziale dignitosa.

Quanti, dopo venti o trent’anni di mestiere, debbano ancora bussare ogni mattina alla porta di qualcuno per poter continuare a fare ciò che sanno fare.

Quanti abbiano dovuto affiancare al giornalismo altri lavori semplicemente per vivere.

Ma potrei aggiungerei tante altre domande.

Quante carriere sono state costruite anche sul lavoro invisibile dei collaboratori?

Quante notizie firmate in redazione sono nate dal telefono di chi un contratto non l’ha mai avuto?

Quante stabilizzazioni hanno realmente premiato i migliori e quante hanno seguito logiche differenti?

Quante volte chi aveva finalmente conquistato un posto dall’altra parte della barricata si è battuto davvero perché quello stesso diritto fosse riconosciuto anche agli altri?

E quante volte, invece, il precario di ieri, una volta diventato garantito, ha semplicemente smesso di vedere i precari di oggi?

Sono domande.

Ma sono domande che il giornalismo, se pretende di indagare gli altri, dovrebbe avere la dignità di rivolgere anche a se stesso.

Il merito che troppe volte perde

C’è infatti una parola che, con la morte di Carmine che ancora rode dentro, diventa oggi ancor più dolorosa: merito.

Nel giornalismo il talento non sempre basta. La preparazione non sempre basta. L’esperienza non sempre basta.

Essere presenti, conoscere il territorio, avere fonti, consumare scarpe, benzina e giornate dietro una notizia non sempre basta.

Accanto al giornalismo delle capacità è sempre esistito anche quello delle relazioni, delle appartenenze, delle prossimità, delle rendite di posizione.

Quando per anni si vede il merito soccombere davanti a meccanismi che con il merito hanno poco a che fare, il problema non è più soltanto economico. Diventa umano.

Perché il lavoro non è semplicemente reddito. Il lavoro è identità, è riconoscimento, è dignità, è la possibilità di immaginarsi domani.

Quando una professione chiede passione assoluta ma restituisce precarietà permanente, qualcosa nel sistema si è spezzato. E qualcosa può spezzarsi dentro ognuno di noi.

Non basta puntare il dito contro gli editori

Sarebbe troppo facile e troppo comodo, a questo punto, individuare un unico colpevole: gli editori.

Certamente le responsabilità editoriali sono enormi. Ma fermarsi lì consentirebbe a troppi di assolversi.

La crisi del lavoro giornalistico chiama in causa gli editori, le istituzioni, la politica, l’Ordine dei giornalisti, il sindacato, le trasformazioni economiche dell’informazione.

Ma riguarda soprattutto chi il sistema lo ha abitato da una posizione protetta.

Chi poteva vedere e non ha visto. Chi poteva denunciare e ha preferito tacere. Chi ha utilizzato quella rete di collaboratori senza interrogarsi abbastanza sulle condizioni nelle quali lavoravano.

E anche chi, dopo essere riuscito ad attraversare il fossato tra precarietà e stabilità, ha finito per considerare quel fossato perfettamente normale.

Non servono processi sommari né categorie di colpevoli. Serve memoria.

Perché la precarietà giornalistica non è un fenomeno naturale. È il risultato di scelte, convenienze, silenzi e comportamenti sedimentati negli anni.

L’Ordine non può limitarsi a celebrare il giornalismo

E allora questa riflessione riguarda inevitabilmente anche l’Ordine dei giornalisti, la Federazione della Stampa, gli editori e, più complessivamente, lo Stato. Non per individuare colpevoli della morte di qualcuno, sarebbe una semplificazione inaccettabile.

Ma per individuare responsabilità rispetto alla morte lenta di un modello professionale.

Non possiamo continuare a celebrare il giornalismo come presidio della democrazia e contemporaneamente accettare che chi materialmente quel presidio lo mantiene in piedi possa essere pagato pochi euro. Non possiamo pretendere informazione di qualità acquistando lavoro giornalistico al prezzo di un caffè.

Non possiamo parlare di autonomia del giornalista senza parlare della sua autonomia economica.

E non possiamo indignarci per lo sfruttamento del lavoro negli altri settori continuando a considerarlo una fatalità quando avviene nel nostro.

Perché un giornalista povero è inevitabilmente un giornalista più fragile. E un sistema dell’informazione popolato da professionisti fragili diventa, alla lunga, una democrazia più fragile.

Due morti e una domanda che riguarda tutti noi

Per Luca Esposito abbiamo voluto sapere quasi tutto. Persino ciò che forse non avevamo bisogno di sapere. O che addirittura non avevamo alcun diritto di sapere.

Per Carmine Pecoraro abbiamo giustamente rispettato ciò che doveva restare privato.

Ma abbiamo commesso, a mio avviso, l’errore opposto: non abbiamo voluto sapere abbastanza di noi stessi. Abbiamo raccontato Carmine al passato. Il collega. Il cronista di razza. L’amico. Il professionista sempre presente.

Abbiamo scritto “riposa in pace”. Abbiamo scritto “che la terra ti sia lieve”.

Poi siamo tornati al lavoro, nelle stesse redazioni e con gli stessi meccanismi.

Con la distinzione solita tra chi ha avuto l’opportunità di trasformare il giornalismo in una professione stabile e chi, magari dopo una vita intera trascorsa sul campo, continua a dover dimostrare ogni mattina di meritare il diritto di esercitarla.

Ed è proprio questo che non dovrebbe bastarci.

Carmine aveva appena 62 anni. E una vita trascorsa dentro questo mestiere.

Non abbiamo il diritto di attribuire alla sua morte cause che non conosciamo.

Abbiamo però il dovere di domandarci quale prezzo umano stia pagando una generazione di giornalisti che ha dato tutto a una professione dalla quale, troppo spesso, ha ricevuto molto meno.

Nel caso Esposito abbiamo passato giorni a cercare una spiegazione dentro la vita privata di un morto. Forse davanti alla morte di Carmine Pecoraro dovremmo avere il coraggio di cercare qualche risposta dentro la vita professionale dei vivi.

E questa volta il fascicolo da aprire non riguarda lui.

Riguarda noi.

Perché c’è una domanda che, dopo tanti necrologi e tante parole di cordoglio, sarebbe forse il momento di avere il coraggio di formulare: quanti Carmine abbiamo avuto accanto per anni senza accorgerci davvero di quanto costasse loro continuare a fare il mestiere più bello del mondo?

E soprattutto: quanti altri dovremo salutarne prima di decidere che questo giornalismo non può continuare a chiedere alle persone di vivere per il proprio mestiere senza preoccuparsi se, di quel mestiere, riescano anche a vivere?

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