Gli ultimi indici Istat migliorano proprio mentre crescita debole, inflazione energetica e incognite sul prossimo inverno suggeriscono prudenza. Gli indicatori di fiducia possono essere utili alla statistica congiunturale, ma diventano pericolosi quando la percezione prende il posto dei fondamentali e finisce per costruire una narrazione dell’economia distante dalla realtà.

C’è qualcosa di singolare nel modo in cui abbiamo cominciato a raccontare l’economia: un tempo guardavamo soprattutto al Prodotto interno lordo, alla produzione industriale, agli investimenti, ai consumi, al potere d’acquisto, ai salari reali, all’inflazione, alla bilancia commerciale, agli ordinativi e alla capacità delle imprese di competere.

Oggi, sempre più spesso, accanto ai numeri che misurano ciò che realmente accade compare una parola molto più suggestiva: “sentiment”. Il termine tecnicamente più corretto, nel caso dell’Istat, è clima di fiducia. Ma nella comunicazione pubblica la sostanza cambia poco: si cerca di misurare ciò che consumatori e imprese pensano, percepiscono o si aspettano che possa accadere.

Il problema non è che questi indicatori esistano. Hanno una propria dignità metodologica e possono fornire informazioni utili agli economisti, soprattutto come possibili indicatori anticipatori del ciclo.

Il problema nasce quando al “sentiment” viene attribuito un valore che rischia di andare molto oltre quello che effettivamente possiede. E soprattutto quando la percezione positiva diventa una notizia capace di oscurare dati economici decisamente meno rassicuranti.

L’ultimo paradosso: aumenta la fiducia mentre aumentano i rischi

L’esempio più recente è quasi didattico. Il 28 agosto l’Istat ha comunicato che ad agosto 2026 l’indice di fiducia dei consumatori è salito da 94,2 a 94,5 e quello delle imprese da 95,7 a 96,9.

Tra i consumatori migliora in particolare il cosiddetto “clima economico”, che passa da 90,9 a 92,3. Crescono, seppure molto meno, anche il clima corrente e quello futuro. Tra le imprese l’aumento è particolarmente consistente nelle costruzioni, dove l’indice passa addirittura da 96,8 a 102,9.

Tutto bene, dunque? Non esattamente. Perché basta affiancare al termometro della fiducia alcuni indicatori e previsioni economiche per ottenere un quadro assai meno tranquillizzante.

La stessa Istat, nelle sue prospettive per il 2026-2027, prevede per l’Italia una crescita del PIL di appena lo 0,7%, dopo il modestissimo +0,5% del 2025. E prevede che nel 2026 i consumi delle famiglie rallentino dal +1,1% al +0,6%, frenati proprio dall’inflazione e dalla minore dinamica delle retribuzioni.

Ancora più prudente è la Banca d’Italia: nelle previsioni pubblicate a giugno indicava una crescita del PIL dello 0,5% nel 2026 e dello 0,4% nel 2027, con la possibilità di arrivare allo 0,6% quest’anno grazie al migliore andamento iniziale.

Non esattamente un boom. Né tanto meno le fondamenta logiche e realistiche per un clima di ottimismo e di fiducia.

La Commissione europea, dal canto suo, segnala per l’Italia una crescita debole, consumi privati contenuti e soprattutto una nuova spinta inflazionistica alimentata dall’energia.

Insomma abbondano gli elementi che contrastano con l’ottimismo del “sentiment”.

L’incognita energetica sul prossimo inverno

Le prospettive energetiche europee suggeriscono tutt’altro che euforia.

La crisi mediorientale ha nuovamente dimostrato quanto il sistema energetico europeo resti vulnerabile agli shock geopolitici. L’International Energy Agency ha segnalato che le tensioni hanno prodotto fortissima volatilità sul mercato internazionale del gas e portato le quotazioni europee e asiatiche ai livelli più elevati dalla crisi energetica del 2022-2023.

In Italia l’ENEA ha inoltre evidenziato un elemento particolarmente delicato in vista dell’inverno: la maggiore domanda elettrica ha comportato un incremento del ricorso al gas nella generazione e ha reso più lento e costoso il riempimento degli stoccaggi.

A questo si aggiungono le previsioni macroeconomiche.

La stessa Istat stima per il 2026 un prezzo medio del gas naturale superiore del 15,2% rispetto al 2025, mentre l’aumento delle materie prime energetiche dovrebbe contribuire a portare il deflatore dei consumi delle famiglie al 2,9%.

La Banca d’Italia prevede un’inflazione al consumo del 3% nel 2026 e avverte che il forte aumento dei prezzi energetici allargherà il disavanzo energetico italiano.

La Commissione europea è persino leggermente più pessimista e stima l’inflazione italiana al 3,2% nel 2026, indicando proprio nello shock energetico uno dei fattori determinanti.

Abbiamo dunque crescita nell’ordine di pochi decimali, consumi deboli, inflazione nuovamente vicina o superiore al 3%, tensioni geopolitiche, energia più cara e un inverno sul quale pesa nuovamente l’incognita del gas. Eppure, stando alle rilevazioni Istat, scopriamo che aumenta la fiducia.

È legittimo domandarsi: fiducia in che cosa?

La differenza fondamentale tra un fatto e un’aspettativa

Qui emerge il limite fondamentale di questi indicatori.

Un aumento della produzione industriale è un fatto misurabile. Un aumento dell’occupazione è un fatto. Una crescita dei consumi è un fatto. Un incremento del reddito disponibile reale delle famiglie è un fatto. La diminuzione del costo dell’energia è un fatto. Un miglioramento della produttività è un fatto.

La convinzione che tra sei mesi le cose possano andare meglio, invece, è un’aspettativa. Può rivelarsi corretta, ma può anche essere completamente sbagliata.

È precisamente questa distinzione che rischia di perdersi nella comunicazione economica.

Le aspettative hanno certamente effetti sull’economia. Una famiglia fiduciosa può consumare di più; un imprenditore ottimista può investire e assumere. È uno dei motivi per cui gli indicatori qualitativi vengono utilizzati nell’analisi congiunturale: ma l’aspettativa non può diventare un surrogato del dato reale, soprattutto quando sono proprio i fondamentali a suggerire cautela.

Il rischio dell’ottimismo autoreferenziale

C’è poi un secondo problema, probabilmente ancora più importante: l’effetto comunicativo.

Titoli come “cresce la fiducia degli italiani” oppure “migliora il clima delle imprese” possiedono una forza comunicativa enorme: trasmettono immediatamente l’idea di un Paese che sta meglio. Ma non necessariamente è così.

La famiglia che paga di più energia, alimentari e servizi essenziali non vive di “clima economico”.

L’impresa energivora non paga la bolletta con il sentiment.

Il commerciante non copre i costi con le aspettative.

Il lavoratore non misura il proprio benessere attraverso un indice sintetico, ma attraverso ciò che rimane dello stipendio alla fine del mese.

E il sistema produttivo non diventa più competitivo perché un campione di imprenditori ritiene che la produzione possa migliorare nei mesi successivi.

Il paradosso appare ancora più evidente leggendo nel dettaglio gli stessi dati Istat di agosto.

Nella manifattura, infatti, peggiorano i giudizi sugli ordini e sulle scorte di prodotti finiti, ma migliorano decisamente le attese sulla produzione. È quasi la rappresentazione perfetta del problema: alcuni elementi relativi alla situazione presente peggiorano, mentre migliorano le aspettative sul futuro.

Il risultato sintetico? La fiducia aumenta.

Statisticamente legittimo. Economicamente da interpretare con estrema prudenza (uso un eufemismo). Mediaticamente fuorviante.

Quando la narrazione rischia di sostituire l’economia

Naturalmente sarebbe sbagliato sostenere che l’Istat manipoli questi dati. L’Istituto applica metodologie statistiche pubbliche e consolidate e svolge una funzione essenziale per la conoscenza del Paese.

La questione è un’altra: quanto peso dobbiamo attribuire a questi indicatori nel racconto dell’economia? E soprattutto: è corretto presentarli all’opinione pubblica quasi sullo stesso piano dei dati quantitativi?

Il rischio è che progressivamente si costruisca una sorta di economia della percezione nella quale ciò che pensiamo possa accadere finisca per diventare più importante di ciò che sta realmente accadendo. E’ qui che un indicatore apparentemente innocuo può diventare persino dannoso. Un ottimismo non sostenuto dai fondamentali può contribuire a minimizzare problemi reali, ridurre la pressione sulle istituzioni affinché intervengano e creare una distanza crescente tra il racconto ufficiale dell’economia e l’esperienza quotidiana di famiglie e imprese.

Quando questa distanza diventa troppo ampia nasce inevitabilmente una domanda: stiamo misurando il Paese oppure stiamo cercando di rassicurarlo?

Il termometro non può diventare una previsione meteorologica

Gli indicatori di fiducia non vanno aboliti né ignorati. Vanno semplicemente ricondotti alla loro dimensione corretta: informazioni complementari. Non certificazioni dello stato di salute dell’economia.

Possono segnalare aspettative, cambiamenti psicologici, maggiore o minore propensione al consumo e all’investimento. Ma devono essere confrontati continuamente e contemporaneamente con produzione, redditi, salari reali, consumi, investimenti, produttività, ordinativi, esportazioni, inflazione e costo dell’energia. Altrimenti corriamo il rischio di scambiare la speranza di stare meglio con il fatto di stare meglio. Sono due cose profondamente diverse.

L’ultimo dato Istat ne offre una dimostrazione particolarmente significativa. Mentre la fiducia sale, le principali istituzioni continuano a descrivere un’Italia con una crescita economica estremamente modesta; l’inflazione torna a mordere; l’energia rappresenta nuovamente una seria incognita; i consumi rallentano e il prossimo inverno si presenta carico di variabili geopolitiche ed energetiche difficilmente prevedibili.

In questo scenario leggere semplicemente che “aumenta la fiducia” rischia di raccontare soltanto una piccola parte della storia.

Forse quella più rassicurante, certamente non quella più importante. Per comprendere davvero come sta un Paese occorre tornare a una regola elementare dell’economia — e anche del giornalismo economico: prima vengono i fatti, poi le aspettative.

Perché il sentiment può raccontarci ciò che speriamo accada domani: ma sono i numeri dell’economia reale a dirci dove siamo oggi.

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