Prima vendere, poi comprare. Prima liberare un ingaggio, poi cercare un calciatore. Prima aspettare, poi eventualmente investire. Sta diventando un mantra, un disco fisso, ricorrente, che si ripropone ogni anno. Ogni estate, salvo poi dover tappare le falle (ed investire anche di più) col mercato di riparazione.

E mentre la Salernitana aspetta, gli altri comprano. I giocatori scelgono altre squadre Preferiscono accasarsi nel dubbio che, sfumando le cessioni granate, possano rimanere fermi anche soltanto pochi mesi.

Questa non è più prudenza. Non è più una contingenza di mercato. Non è neppure una stagione particolare.

È diventato ormai un metodo. Un modus operandi di questa società.

Ed è un metodo che sta producendo esattamente i risultati che qualsiasi persona di calcio avrebbe potuto prevedere: ritiri iniziati sistematicamente con rose incomplete, allenatori costretti a lavorare con calciatori destinati altrove, seconde linee e ragazzi della Primavera; trattative trascinate all’infinito; obiettivi che non possono aspettare l’altrui quadratura dei conti e finiscono inevitabilmente per guardarsi intorno.

Esiste una verità elementare che sembra sfuggire in casa granata: il mercato non aspetta la Salernitana.

Un calciatore cercato oggi non necessariamente sarà disponibile tra tre settimane. Anzi, se ha talento e carattere, non lo sarà sicuramente. E non tutti – anzi, ormai quasi nessuno – si fa condizionare dalla “piazza di prestigio”. La triplice retrocessione, ma anche questo andazzo, l’assoluta incapacità di rilanciare e venire fuori dal pantano, sono ormai diventati gli elementi prevalenti delle valutazioni.

Se una società tentenna, aspetta una cessione, deve prima liberare un ingaggio e rinvia continuamente la decisione, nel frattempo arriva qualcun altro. Offre un contratto. Presenta un progetto (sistematicamente più serio e credibile). E firma. Fine della trattativa.

E poi si ricomincia da capo, con la caccia all’alternativa dell’alternativa.

PRIMA LE USCITE. SEMPRE LE USCITE

Non siamo neppure più nel campo delle supposizioni. Il direttore sportivo Daniele Faggiano, parlando durante il ritiro di Cascia, ha ricordato esplicitamente come già lo scorso anno il leitmotiv fosse stato “prima le uscite e dopo le entrate” e ha spiegato che anche adesso bisogna lavorare sulle cessioni. Stesso modus operandi, insomma.

Lovato e Ghiglione hanno rappresentato l’esempio perfetto del meccanismo. Entrambi erano partiti per Cascia, entrambi notoriamente considerati fuori dal progetto tecnico ed entrambi, dopo appena pochi giorni, esclusi dal lavoro tattico e destinati ad allenarsi separatamente mentre la società cercava una soluzione ai loro pesanti contratti.

Per Matteo Lovato la soluzione è arrivata: risoluzione consensuale del contratto, con la Salernitana che si è liberata dell’ingaggio del difensore in scadenza nel 2027. Resta invece aperto il caso Paolo Ghiglione. Anche per lui la strada sulla quale si sta lavorando è quella della risoluzione: un altro contratto pesante, con un ingaggio indicato intorno ai 400 mila euro a stagione, del quale la società cerca di liberarsi. Non è facile e non sarà facile.

Ecco il punto, il mantra: liberarsi prima, per poter poi.

La Salernitana sembra vivere da troppo tempo nel futuro semplice. Compreremo. Completeremo. Interverremo. Rinforzeremo.

Ma prima bisogna vendere.

Nel frattempo il ritiro va avanti e il campionato si avvicina, è ormai alle porte

IL RISPARMIO SULL’ANIMA DELLA SALERNITANA

Risparmiare non è una colpa. Anzi, dopo esercizi economicamente pesantissimi sarebbe irresponsabile pretendere che una proprietà continui semplicemente a ripianare perdite senza interrogarsi sulla sostenibilità. Il bilancio al 30 giugno 2025 si è chiuso con una perdita di 31,1 milioni di euro e la proprietà ha dovuto sostenere finanziariamente il club.

Dunque razionalizzare è sicuramente necessario. Nulla quaestio. Ma dove si razionalizza?

Questa è la domanda.

Perché in una società di calcio esiste una cosa che viene prima di tutte le altre: la squadra.

Non l’organigramma. Non le sovrastrutture. Non le figure ornamentali. Non gli incarichi dai nomi altisonanti. Non la corte dei miracoli che inevitabilmente tende a formarsi intorno a qualsiasi proprietà.

La squadra. La Salernitana esiste per mandare undici calciatori in campo e provare a vincere le partite Tutto il resto dovrebbe servire a questo.

Se invece si arriva al paradosso di centellinare, accantonare o rinviare gli investimenti proprio sul “prodotto principale” mentre si sono sostenuti, nel corso degli anni, costi per strutture, dirigenti, consulenti e coreografiche figure la cui effettiva incidenza sui risultati sportivi meriterebbe almeno una seria verifica, allora qualcosa non funziona.

Sarebbe davvero grottesco scoprire che si risparmia sull’anima e si spende sulla coreografia.

QUANTO È COSTATA L’INCOMPETENZA?

C’è poi una contabilità che nei bilanci non compare, ma è altrettanto rilevante, tanto più se ripropone – come nel caso della Salernitana – con sistematicità, con cadenza ciclica ad ogni stagione. È quella degli errori.

Quanto sono costate alla Salernitana le scelte sbagliate? Quanto sono costati dirigenti inadeguati, presidenti evanescenti, manager incompetenti, consulenze inutili, decisioni incomprensibili, rivoluzioni continue, calciatori acquistati e svalutati, contratti pesanti diventati successivamente zavorre delle quali liberarsi?

Perché quando oggi si parla delle difficoltà rappresentate da contratti come quelli di Lovato e Ghiglione, bisognerebbe anche ricordare che quei contratti non sono piovuti dal cielo. Qualcuno li ha firmati.

Oggi, per Lovato, si è arrivati alla (onerosa) rescissione; per Ghiglione si sta cercando di fare altrettanto, proprio per liberare risorse da destinare al mercato. Un cortocircuito perfetto.

Prima si pagano gli errori. Poi, per recuperare i soldi persi negli errori, si risparmia sulla squadra. Chi quegli errori li ha prodotti è stato lautamente remunerato, e si mette chi opera oggi nelle condizioni migliori per sbagliare ancora.

Questo è il punto sul quale una proprietà dovrebbe avere il coraggio di aprire una riflessione radicale. Non interessa quanti amministratori, presidenti, direttori, manager, consulenti o strateghi siedano intorno a un tavolo.

Interessa sapere una cosa soltanto: che cosa hanno prodotto e cosa producono?

Perché nel calcio esiste un giudice terribilmente volgare ma straordinariamente efficace: la classifica. E quella non legge i curriculum, né tanto meno tien conto della moltiplicazione di poltrone (distribuite sistematicamente tra persone che il calcio, forse, lo conoscono solo grazie alla TV).

IERVOLINO, IL CALCIO COSTA. BASTAVA CHIEDERE A DE LAURENTIIS

Danilo Iervolino ha investito molto nella Salernitana. Negarlo sarebbe falso e ingeneroso.

Ma proprio perché ha investito tanto, dovrebbe essere il primo a domandarsi come sia stato possibile bruciare risorse così ingenti ottenendo risultati sportivi tanto modesti (verrebbe da dire fallimentari, da ogni punto di vista)

Il problema, dunque, non è soltanto quanto spendere: è spendere bene. E bene si spende solo se si ha un progetto, un’idea in testa, un obiettivo chiaro.

Se oggi la conclusione tratta dagli errori del passato è semplicemente quella di chiudere il rubinetto, allora si rischia di commettere l’errore opposto.

Se Iervolino non voleva davvero investire nel calcio, poteva pensarci prima. Magari avrebbe potuto chiedere qualche informazione all’amico Aurelio De Laurentiis. Gli avrebbe spiegato che il calcio è un’impresa particolare, ben diversa da una società digitale o da un ateneo universitario online. E’ un’impresa che si può e si deve amministrare con equilibrio. Che si può guadagnare, ma prima tocca investire e bene. Che bisogna valorizzare calciatori. Che bisogna avere osservatori su tutte le principali “piazze” del calcio giovanile. Che bisogna investire anche sul vivaio (Atalanta docet). Che non è necessario gettare milioni dalla finestra.

Ma anche che una squadra competitiva non si costruisce aspettando di vendere un terzino per poter comprare un centrocampista.

Il calcio richiede un rischio d’impresa molto più elevato di altre attività. Se non vuoi assumertelo, probabilmente hai scelto l’impresa sbagliata.

E INTANTO GLI ALTRI FIRMANO. CELLI DOCET

Questo sostanziale immobilismo ha anche una conseguenza devastante sul mercato. I calciatori – soprattutto quelli con un onorevole curriculum – non si fanno trattare come pacchi che puoi lasciare in deposito con su scritto “riservato alla Salernitana”. Hanno procuratori, richieste, alternative. E soprattutto hanno fretta di conoscere il proprio futuro.

Se li corteggi ma non chiudi, loro ascoltano altre proposte. E se un’altra società offre immediatamente ciò che cercano, salutano e firmano altrove.

Non è un tradimento. È il mercato. E se serviva un esempio concreto, fresco e persino imbarazzante nella sua evidenza, Alessandro Celli lo ha appena fornito. Il difensore, svincolato dopo l’esperienza al Catania, era diventato da settimane uno degli obiettivi della Salernitana. Quasi ufficializzata e data per scontata l’operazione di acquisto.

Già nei primi giorni di luglio veniva indicato come vicinissimo ai granata. Il 15 luglio risultava addirittura in vantaggio sulle altre alternative individuate per la difesa.

La Salernitana lo voleva. Cosmi lo gradiva. Faggiano ci lavorava.

Celli ha aspettato, ma aspettare ha un limite.

L’accordo biennale con la Salernitana non si è concretizzato, è rimasto nel “limbo”, il Bari è arrivato, ha accelerato e il giocatore ha rotto gli indugi scegliendo i pugliesi.

Fine.

Obiettivo perso. Buco in organico riapertosi, e si ricomincia tutto da capo, con lo stesso meccanismo. Un “ritorno alla partenza” di un assurdo quanto dannoso gioco dell’oca.

Adesso bisogna cercare il sostituto dell’uomo che avrebbe dovuto essere uno dei rinforzi.

È la rappresentazione plastica di tutto il problema: perché puoi avere una lista di dieci nomi, puoi telefonare a venti procuratori, puoi seguire trenta calciatori. Ma alla fine il mercato si fa firmando contratti.

Celli non ha aspettato la Salernitana. Ed è difficile persino dargli torto. Anzi, ha fatto bene. Lo avrebbe fatto chiunque al suo posto.

La Salernitana può permettersi di aspettare. Gli obiettivi della Salernitana ed un qualsiasi altro calciatore (tanto più se bravo e appetibile sul mercato) no.

E così ogni settimana perduta restringe le possibilità, aumenta il rischio di seconde scelte e avvicina quel momento ormai diventato tradizione: gli ultimi giorni di mercato, quando bisogna improvvisamente completare ciò che sarebbe stato opportuno costruire settimane prima.

IL RITIRO DELLA SALERNITANA CHE NON SARÀ

E allora a cosa serve il ritiro? Mister Cosmi ha lavorato, ha provato schemi, ha costruito automatismi, ha valutato uomini.

Ma con quanti calciatori che saranno effettivamente protagonisti della stagione? E quanto vale la pena provare schemi e automatismi se in organico hai lacune di questa rilevanza?

Chiamare programmazione la necessità significa soltanto cambiare nome ai problemi.

Se il ritiro deve essere una scampagnata tra seconde linee e giovani della Primavera, ecco un primo taglio in bilancio che consente un risparmio vero e serio (non condivisibile, ma ineluttabile, stando così le cose.

TIRARE A CAMPARE PER CEDERE?

Una siffatta strategia appare ancor più incomprensibile se la società pensi – sia ben chiaro, illazione di chi scrive – di “tirare a campare”, limitando i danni in attesa di cedere la società. Non ci vuole un grande acume peritale per comprendere che si sta sortendo. se così fosse – l’effetto diametralmente opposto. La doppia retrocessione ha già avuto il suo peso: tirare a campare in terza serie con seconde scelte e giocatori arrabattati all’ultimo momento, certamente non agevola eventuali trattative.

ANCHE SALERNO HA LE SUE COLPE

Poi esiste l’altra faccia della medaglia. Iervolino non ha trovato sempre terreno fertile nei rapporti con l’amministrazione locale, inutile nasconderlo. Aveva in mente progetti che qui gli hanno stroncato sul nascere, e ancora non è chiaro il motivo.

Stadio, infrastrutture, interlocuzioni istituzionali: chi investe milioni ha diritto a trovare una città e istituzioni capaci di accompagnare un progetto sportivo ed economico importante.

Su questo la proprietà ha ragioni che non possono essere liquidate a cuor leggero.

Salerno deve fare la propria parte. Ma motivazioni politiche extracalcistiche non possono diventare il lasciapassare per qualsiasi scelta societaria. Il Comune non fa il calciomercato. Il Comune non sceglie i dirigenti. Il Comune non decide gli ingaggi. Il Comune non costruisce la rosa.

Ma il Comune può e deve creare il terreno migliore affinché la squadra cittadina possa conseguire il migliore dei risultati. Sullo stadio questo, per la Salernitana, per i cittadini e per le casse dello Stato, questo non è stato fatto.

Ognuno risponda delle proprie responsabilità.

STATE ROMPENDO IL GIOCATTOLO

C’è infine qualcosa che vale molto più di Lovato, Ghiglione, Celli e di qualsiasi plusvalenza.

È la passione. Quella che Iervolino sembrava aver trovato quando arrivò a Salerno.

Una città impazzita per la Serie A, uno stadio capace di diventare uno spettacolo nazionale, una tifoseria disposta a seguire la squadra ovunque.

Un capitale immenso. E gratuito.

Oggi quel capitale viene consumato lentamente.

Una retrocessione si perdona. Anche due.

Un acquisto sbagliato si perdona.

Una stagione disgraziata si perdona.

Quello che non si perdona è la percezione del disimpegno.

La sensazione che l’obiettivo non sia più costruire la Salernitana migliore possibile, ma quella meno costosa possibile. O meglio: quella meno incidente, in negativo, sul bilancio.

Non si può perdonare che si facciano le pulci all’ingaggio del calciatore che deve andare in campo mentre per anni si sono tollerati errori gestionali costati enormemente di più.

Che si risparmi sul centravanti e si sia speso sull’inutile contorno.

Che si pretenda efficienza dall’ultimo ragazzo della rosa senza averla sempre pretesa, con la stessa ferocia, da chi sedeva molto più in alto.

Si sta risparmiando sull’anima della Salernitana, e l’anima della Salernitana non è il consiglio d’amministrazione, non è l’organigramma, non è il management, non sono i consulenti.

È la squadra.

Tutto il resto dovrebbe esistere per renderla più forte.

Se accade il contrario, non è più gestione: è paradosso.

Continuando così arriverà un momento in cui non servirà neppure contestare, perché la contestazione è ancora passione.

Il vero fallimento arriverà quando Salerno smetterà di incazzarsi. e guarderà l’ennesimo ritiro incompleto, l’ennesimo acquisto subordinato a una cessione, l’ennesimo Celli perso nell’attesa, l’ennesimo mercato di riparazione determinante per mettere una squadra decente in campo, e reagirà con una semplice alzata di spalle.

Quel giorno avrete finalmente ottenuto il massimo risparmio possibile.

Avrete risparmiato persino sull’entusiasmo.

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