Il Mezzogiorno cresce più del Centro-Nord. Il PIL accelera, l’occupazione aumenta più rapidamente, gli investimenti pubblici producono effetti misurabili sull’economia. Ma dietro questi numeri positivi ce n’è un altro, assai meno celebrato, che cambia radicalmente la lettura del PNRR: al Sud non è arrivata neppure la quota di risorse che l’Italia aveva solennemente promesso di garantirgli.

E quella promessa, il 40%, rappresentava già un forte ridimensionamento rispetto a quanto sarebbe derivato da una trasposizione interna dei criteri utilizzati dall’Unione europea per distribuire le risorse del Recovery and Resilience Facility fra gli Stati membri.

È probabilmente questo il grande rimosso nel racconto pubblico sul PNRR.

Quando l’Europa decise come distribuire le sovvenzioni del Recovery Fund non utilizzò, infatti, un criterio puramente demografico. Il meccanismo teneva conto della popolazione, del PIL pro capite e della disoccupazione: parametri concepiti proprio per concentrare maggiormente le risorse sui territori economicamente più fragili.

Nel 2021 lo stesso Parlamento italiano pose esplicitamente il problema. Negli atti parlamentari venne chiesto di applicare, con gli opportuni adattamenti, quegli stessi criteri anche alla distribuzione territoriale delle risorse all’interno dell’Italia.

Non era una questione marginale. Applicando quella logica, secondo le stime richiamate anche nel dibattito parlamentare, al Mezzogiorno sarebbe spettata una quota nell’ordine del 66-68% delle risorse, ben lontana dal semplice peso demografico delle regioni meridionali.

La scelta politica italiana fu diversa.

Si arrivò alla cosiddetta “clausola del 40%”: le amministrazioni centrali titolari degli interventi PNRR avrebbero dovuto assicurare che almeno il 40% delle risorse territorialmente allocabili fosse destinato alle otto regioni del Mezzogiorno.

Era già un compromesso fortemente al ribasso rispetto a una distribuzione pienamente coerente con i parametri socioeconomici utilizzati dall’Europa.

Ma oggi emerge un fatto ancora più difficile da ignorare: neppure quel 40% risulta effettivamente raggiunto nei dati disponibili.

Secondo le elaborazioni del Centro Studi Confindustria sui dati ItaliaDomani, al 14 ottobre 2025 erano localizzati nel Mezzogiorno 111.826 progetti PNRR, pari al 37% degli interventi territorializzati, per complessivi 53,2 miliardi di euro: appena il 38% dei finanziamenti territorializzati.

Il Nord concentrava invece 141.895 progetti e 60,1 miliardi, pari al 43% delle risorse, mentre al Centro risultavano 52.478 interventi per 25,6 miliardi, il 18%.

È una sequenza che merita di essere letta senza eufemismi.

I criteri europei, se trasposti al riparto interno, avrebbero potuto portare il Mezzogiorno verso il 66-68%. L’Italia promise almeno il 40%. Nei dati territorializzati dell’autunno 2025 siamo al 38%.

E non è ancora tutto.

Perché il problema diventa persino più evidente quando dai finanziamenti assegnati si passa alla spesa effettivamente realizzata.

Alla stessa data, sui 53,2 miliardi attribuiti al Mezzogiorno risultavano pagati soltanto 14,5 miliardi, con un rapporto pagamenti/finanziamenti del 27%. Al Centro erano stati liquidati 8,3 miliardi su 25,6, pari al 33%, mentre al Nord 23,4 miliardi su 60,1, con un avanzamento del 39%.

I dati più aggiornati utilizzati da SVIMEZ, riferiti a febbraio 2026, confermano il divario: a fronte di una spesa rendicontata complessiva del Piano pari al 55,5%, l’avanzamento territoriale si ferma al 39,5% nel Mezzogiorno contro il 52,7% del Centro-Nord. Per gli investimenti in opere pubbliche la distanza supera addirittura i venti punti percentuali.

Il paradosso è evidente: il territorio che avrebbe dovuto rappresentare la principale priorità territoriale del PNRR è quello al quale è stata destinata una quota inferiore a quella promessa e nel quale le risorse assegnate si trasformano più lentamente in spesa.

Eppure proprio questa quantità di risorse, inferiore alle attese, sta producendo effetti economici rilevanti.

Secondo la stima territoriale Istat pubblicata il 26 giugno, nel 2025 il PIL reale è cresciuto dello 0,6% nel Mezzogiorno, contro lo 0,5% del Nord-Ovest, del Nord-Est e del Centro.

Ancora più significativo il dato sull’occupazione: +1,5% al Sud, contro +1,1% al Centro, +0,9% nel Nord-Ovest e +0,8% nel Nord-Est.

Il Check-up Mezzogiorno 2026 di Confindustria e SRM allarga ulteriormente l’orizzonte: fra il 2019 e il 2025 il PIL meridionale è aumentato complessivamente dell’8,3%, contro il +6,3% medio nazionale. Gli occupati hanno superato quota 6,52 milioni e nell’ultima rilevazione utilizzata dal rapporto crescono dello 0,6% su base tendenziale, tre volte il +0,2% nazionale.

Naturalmente sarebbe metodologicamente sbagliato attribuire tutto al PNRR. Hanno contribuito la ripresa post-pandemica, gli incentivi agli investimenti, la ZES Unica, le politiche nazionali e specifiche dinamiche settoriali.

Ma le stime SVIMEZ consentono di isolare almeno in parte l’effetto del Piano: nel biennio 2023-2024 l’impatto espansivo del PNRR viene stimato in circa 1,1 punti di PIL nel Mezzogiorno contro 0,9 nel Centro-Nord.

Nel biennio 2025-2026 la domanda generata dagli investimenti pubblici dovrebbe contribuire cumulativamente per 1,7 punti di PIL al Sud e appena 0,7 nel Centro-Nord.

Ed è proprio questo il dato che rende ancora più pesante il mancato rispetto della promessa territoriale.

Se il Mezzogiorno sta crescendo più del resto del Paese pur avendo ricevuto una quota di finanziamenti territorializzati inferiore al 40%, quale sarebbe stato l’effetto di una politica realmente coerente con la logica redistributiva sulla quale l’Europa aveva costruito il Recovery Fund?

Non è una domanda retorica.

SVIMEZ stima che un euro investito nel Mezzogiorno possa generare circa 1,3 euro di valore aggiunto nazionale, dei quali circa 30 centesimi ricadono sul Centro-Nord attraverso le catene di fornitura di beni e servizi.

Investire nel Sud, dunque, non significa sottrarre risorse al Nord. Significa alimentare domanda, produzione e occupazione nell’intero sistema economico nazionale.

Eppure i divari strutturali restano enormi.

Il Check-up Confindustria-SRM di luglio 2026 colloca ancora il tasso di occupazione meridionale intorno al 50%, contro il 62,5% nazionale. Il PIL pro capite resta il più basso fra le macroaree; la presenza di imprese a controllo estero è limitata e nel primo trimestre 2026 l’export meridionale è diminuito dell’1,1%, mentre quello italiano è cresciuto dell’1,3%.

I dati Istat rendono ancora più evidente la profondità storica del problema: fra il 1977 e il 2025 il tasso di occupazione è cresciuto di appena un punto percentuale nel Mezzogiorno e di tredici nel Centro-Nord, portando il differenziale da 7 a ben 19 punti.

È su questo terreno che avrebbe dovuto misurarsi la funzione riequilibratrice del PNRR.

Non semplicemente distribuire denaro, dunque, ma utilizzare l’eccezionale massa di investimenti europei per modificare strutturalmente una geografia economica che divide l’Italia da decenni.

Qualcosa è accaduto. Il Sud cresce, gli investimenti aumentano e persino la capacità amministrativa mostra segnali importanti di miglioramento: SVIMEZ rileva una riduzione del 55% dei tempi di affidamento delle opere pubbliche nelle amministrazioni meridionali.

Ma proprio per questo il bilancio politico diventa più severo.

Perché il problema non è che il PNRR al Sud non abbia funzionato. Il problema è che sta dimostrando di poter funzionare nonostante al Sud non sia stata assicurata nemmeno l’intera quota di risorse che era stata promessa.

Nel 2026 SVIMEZ stima ancora una crescita del PIL dello 0,9% nel Mezzogiorno contro lo 0,6% del Centro-Nord. Ma, esaurita la spinta straordinaria dei cantieri, torneranno inevitabilmente in primo piano le debolezze strutturali: produttività, partecipazione al lavoro, emigrazione giovanile qualificata, innovazione e infrastrutture.

Ed è qui che il PNRR rischia di lasciare dietro di sé una grande occasione incompiuta.

L’Europa aveva costruito il Recovery Fund utilizzando parametri destinati a privilegiare le economie e i territori più deboli. Il Parlamento italiano aveva chiesto che quella stessa filosofia venisse trasferita all’interno del Paese. Le stime discusse allora indicavano per il Mezzogiorno una quota potenziale nell’ordine del 66-68%.

L’Italia scelse invece di garantire almeno il 40% delle risorse territorializzabili.

E, arrivati alla fase conclusiva del Piano, persino quella soglia non risulta raggiunta nei dati disponibili.

Dal 66-68% teoricamente derivante dall’applicazione interna dei criteri europei, al 40% promesso, fino al 38% registrato nei finanziamenti territorializzati dell’ottobre 2025.

Tre numeri che raccontano, forse meglio di qualsiasi dichiarazione politica, la distanza tra le ambizioni iniziali e ciò che è realmente accaduto.

Il Mezzogiorno, intanto, cresce più del Centro-Nord.

Ed è proprio questo il paradosso più amaro: il Sud sta dimostrando cosa avrebbe potuto fare con il PNRR proprio mentre i numeri dimostrano quanto meno abbia ricevuto rispetto a ciò che avrebbe potuto — e, almeno nella misura del 40%, dovuto — ricevere.

Fonti principali

Rapporto territoriale Istat sul PIL e l’occupazione 2025
Rapporto annuale Istat 2026
analisi SVIMEZ sulla fase conclusiva del PNRR
Rapporto SVIMEZ 2025 pubblicato nel 2026
Check-up Mezzogiorno 2026 di Confindustria
Rapporti 2026 della Banca d’Italia sulla Campania e della Banca d’Italia sulla Puglia
Documentazione OpenCoesione sul PNRR e la clausola del 40%.

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