Uno dei peggiori vizi degli italiani – è risaputo – è quello di non leggere. Ma ve n’è un altro anche peggiore, che è quello di leggere acriticamente, assimilando per buono tutto ciò che viene letto.
purtroppo è un vizio che è anche peggiore del non leggere: perché mentre l’ignorante non sa, e ben conosce questo suo limite, il lettore acritico presume di sapere e spende per buone informazioni che tali non sono.

Da qualche anno – e precisamente dall’inizio della direzione di Roberto Napolitano (poi passato al Messaggero) – Il Mattino ha avviato una serie di articoli in pagine pomposamente chiamate “Il cambio di paradigma”, a voler mostrare un Sud (e una Campania in particolare) che ha invertito la rotta fino a diventare quasi la locomotiva se non dell’Italia, quanto meno del Mezzogiorno.

E’ davvero così? E’ qui che emerge la necessità di documentarsi ed approfondire: le informazioni de Il Mattino sono apparentemente e formalmente corrette e nessuno dei dati forniti è impreciso o inesatto. Il problema è il “contesto”: quel dato e quella informazione, se contestualizzati, forniscono una realtà totalmente diversa.

Oggi, ad esempio, in un articolo di Nando Santonastaso, il titolo sotto il solito “cambio di paradigma” è: Lavoro, il Mezzogiorno continua la sua corsa “Meglio del resto d’Italia”. I motivi? (fonte Istat): “E’ ancora una volta il Mezzogiorno a mostrare il segno più sugli aggiornamenti al 30 settembre, unica macroarea a registrare valori in crescita rispetto allo stesso periodo del 2024. Grazie al +0,5% trimestrale del Sud che la frenata della crescita degli occupati, la prima dopo ben 16 trimestri consecutivi, può considerarsi meno rilevante. Il Sud resta decisivo, insomma, per garantire dinamiche economiche accettabili nel Paese”. La fonte delle informazioni è l’Istat“.

Letta così, la questione meridionale pare quasi ad un passo dall’essere risolta: le informazioni sono tutte corrette, il Rapporto Istat riporta esattamente quei dati. E’ il contesto al di là dei dati Istati che stravolge ogni cosa e quegli stessi dati.

Secondo la Banca d’Italia, nel 2023 l’attività economica in Campania è cresciuta dello 0,7%: meno che nel 2022, a causa del forte indebolimento della domanda interna con un contributo più moderato dei servizi e un rallentamento delle costruzioni dopo la fase espansiva del Superbonus. Nel primo trimestre 2024 il prodotto regionale è aumentato dello 0,8% rispetto allo stesso periodo del 2023, un ritmo non certo confortante per quanto superiore alla media-Italia. Ma nel suo Rapporto la Banca d’Italia sottolinea anche che “nel 2024 l’attività economica in Campania cresce in misura contenuta, per la debolezza della sua fase ciclica e il rallentamento degli incentivi alle costruzioni“. “La struttura produttiva regionale – si legge ancora – basata in larga parte sui microimprese e settori a più basso valore aggiunto, si traduce in contratti temporanei, part-time involontario e forte incidenza del lavoro irregolare, che colpiscono in modo particolare donne e giovani. I percorsi di inserimento lavorativo dei laureati campani risultano più lenti e incerti rispetto alla media nazionale, con maggiori tempi di transizione e retribuzioni inferiori nei primi anni di carriera“.

La locomotiva-Campania è talmente trainante e talmente veloce, che nel triennio 2022-2024, nonostante il paradiso descritto da Il Mattino – ha perso circa 48 mila giovani tra i 25 e i 34 anni; il numero più alto d’Italia, con circa due terzi diretti verso il Centro-Nord e il resto all’estero (fonte: Svimez). Siamo in Paradiso, ma i giovani fuggono via.

I dati ISTAT sulle migrazioni interne confermano che il Mezzogiorno, e in particolare la Campania, registra i saldi negativi più pesanti di giovani residenti, combinando trasferimenti verso il Cemntro-Nord ed espatri all’estero. Nel biennio 2023-2024 i trasferimenti dal Mezzogiorno al Centro-Nord hanno superato di oltre 100mila unità i movimenti in senso opposto, con la Campania fra le regioni con maggiore perdita di under 35, spesso con titolo universitario (fonte Anci). Bel cambio di paradigma produrre cervelli che andranno a lavorare altrove.

Questo flusso selettivo di emigrazione incide sull’invecchiamento della popolazione regionale e sulla riduzione della base occupazionale, rendendo più difficile sostenere la crescita, innovazione e tenuta del welfare locale. Organismi come Svimez e Cnel quantificano in diversi miliardi il costo implicito della “fuga” di giovani formati in Campania che generano reddito e contributi altrove, aggravando il divario di sviluppo Sud e Centro-Nord.

Insomma il Mezzogiorno-locomotiva d’Italia e, ancor di più, la Campania locomotiva del Mezzogiorno, è solo nella testa di qualche articolista o forse, ancor più precisamente, di qualche editore che ha precisi interessi a che la linea editoriale non si discosti da questa valutazione.

Ma non abbiamo nessun cambio di paradigma. Il paradigma, nella migliore delle ipotesi, è il medesimo di sempre. Nella peggiore, invece “non ci resta che piangere”. E piangeremo di certo quando si tireranno per davvero le somme degli investimenti PNRR.

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